1.4 - Umanesimo
e Rinascimento
Verso la metà del Quattrocento il quadro della
situazione politica italiana ruota attorno a delicati equilibri e la stabilità
viene raggiunta soltanto dopo faticose trattative diplomatiche.
Vero e proprio ago della bilancia di questa fase storica è
Lorenzo il Magnifico, il quale nella Firenze della seconda metà del XV secolo
apre una stagione di straordinario prestigio culturale che è tra i momenti più
significativi del Rinascimento italiano. Firenze diviene una “nuova Atene”,
centro intellettuale e artistico straordinario, in cui la poesia, la filosofia,
gli studi scientifici e tecnici, le arti figurative liberano una grande capacità
creativa ed espressiva.
La rinascita della poesia coincide con lo sviluppo di
importanti istituzioni culturali: le biblioteche, le accademie, le tipografie,
che hanno nella corte il loro necessario punto di riferimento. Accanto ai luoghi
della cultura riprende anche la vivace sperimentazione dei modelli e dei generi
letterari, dalla lirica pastorale al teatro e al poema cavalleresco, di cui l’esponente più importante in Italia è Ludovico Ariosto (1474-1533). Nell’Orlando
furioso Ariosto crea un mondo fantasioso, ricco di personaggi, e racconta le
avventure del cavaliere franco Orlando, che per amore perderà il senno.
Con il Quattrocento inizia
una straordinaria esperienza intellettuale e morale che getta le basi del
mondo moderno e che, per molti aspetti, è ancora lontana dall’essersi
conclusa: quella dell’Umanesimo. Il termine rinvia a una collocazione centrale
dell’uomo rispetto alla realtà e alla storia: nella logica umanistica l’universo
non ha senso se non in rapporto all’uomo, che è centro e perno dello
sterminato sistema di relazioni pensato dall’intelligenza divina al momento
della creazione. Un celebre disegno di Leonardo da Vinci ritrae, inscritta in un
cerchio, una figura umana, che per la simmetria e le sue perfette proporzioni
simboleggia nella maniera più diretta la concezione umanistica della
centralità dell’uomo nell’universo e del suo essere “misura di tutte le
cose”. L’uomo, quindi, non è più lo spregevole peccatore condannato a un’esistenza
di espiazione, come tendeva a considerarlo il pensiero medievale, ma è il
figlio prediletto di Dio, creatura privilegiata destinata al dominio del mondo e
a una vita serena, illuminata dalla luce benefica dell’intelligenza.