Glossario
Secondo la retorica classica, l’allegoria è una metafora continuata. L’allegoria consiste infatti nell’esprimere un pensiero attraverso un altro pensiero collegato al primo da un rapporto di somiglianza. Dal greco àlle ‘diversamente’ e agorèuo ‘dico’.
L’allegoria forma nel testo due livelli di significato: quello letterale, più superficiale, che, pur avendo una sua autonomia, nasconde un secondo senso, più profondo, quello allegorico appunto, che in genere fa riferimento a valori e principi astratti. Il collegamento tra i due sensi non è arbitrario, ma è regolato in base a una specie di codice di corrispondenze, comune a più opere di una stessa epoca o diffuso in tradizioni culturali di lunga durata. Il lettore deve conoscere tale codice per non fermarsi al solo significato letterale. Al contrario del simbolo, l’allegoria è sistematica, non riguarda solo una piccola porzione, ma può determinare la stessa struttura del testo: si pensi alla Commedia di Dante. L’allegoria ebbe grande fortuna nella cultura medievale, che la utilizzò anche per leggere molte opere pagane dell’antichità classica dandovi un’interpretazione "figurale", cioè allegorica, che le rendeva compatibili con la fede cristiana. Il viaggio di Enea da Troia alle coste del Lazio fu letto per esempio come figura del percorso dell’anima verso la salvezza.
Figura retorica, più propriamente di ritmo, che consiste nella ripetizione di uno stesso suono, o di suoni simili, in parole molto vicine tra loro. Esempi: "D’in su la vetta de la torre antica" (Leopardi); "Questa soma, che vien drieto / sopra l’asino, è Sileno" (Lorenzo de’ Medici).
Sono quegli elementi linguistici con cui ci si rivolge all’interlocutore e che dipendono dai rapporti sociali tra i partecipanti alla conversazione. Sono allocutivi ad esempio i pronomi tu / lei (/ voi) con cui due persone decidono di parlarsi a seconda se sono in confidenza oppure no. Anche i titoli (signore, dottore, eccellenza, Vostro Onore ecc.) rientrano in questa categoria.
Anticamente il pronome di cortesia era voi: nella novella VI, 4 del Decameron, il cuoco Chichibio dice al suo padrone: "Messer sì, ma voi non gridaste ‘ho, ho!’ a quella d’iersera". In seguito, più o meno a partire dal XVI secolo, il voi fu soppiantato dal lei, in uso oggi; ma il processo fu piuttosto lungo e complicato. Nella scena I, XV della Locandiera di Goldoni, la protagonista Mirandolina esprime il suo ossequio formale al nobile cavaliere ospite del suo albergo chiamandolo illustrissimo e V.S. [Vostra Signoria] illustrissima. La sua condizione sociale è inferiore a quella del cavaliere e degli altri due clienti che la corteggiano, il marchese e il conte; perciò la donna rivolge loro un rispettoso lei (o ella), ricevendone in cambio un voi che sottolinea la differenza delle posizioni. I tre nobili si danno tra di loro del voi, che però è reciproco.
Dal greco allos ‘altro’ e tropos ‘modo’. Sono allotropi parole che derivano dallo stesso etimo, cioè hanno la stessa origine, ma che si distinguono per forma (ad esempio, dal latino PALATIUM si hanno in italiano palagio e palazzo) o per forma e significato (ad esempio, dal latino VITIUM si hanno vizio e vezzo).
Nell’italiano letterario si sono formati molti allotropi verbali per una diversa evoluzione fonetica dalla medesima base latina (come vedo e veggio da VIDEO), o per il fenomeno dell’analogia (come veggo, altro allotropo di vedo, modellatosi su leggo, reggo).
Si definiscono alterativi quei suffissi, molto produttivi in italiano, che servono a modificare le parole, aggiungendo una sfumatura di significato diminutiva, accrescitiva o dispregiativa. Esempi: lettera / letterone / letterina / letteraccia, rispettivamente ‘una lettera molto lunga’, ‘piccola e affettuosa’, ‘cattiva e/o sgradevole’.
È la rottura della costruzione regolare di una frase; perciò la grammatica normativa considera l’anacoluto una scorrettezza sintattica. Eccone un esempio: io i miei figli mi fanno disperare.
Nei testi letterari l’anacoluto può essere utilizzato a fini stilistici, cioè per imitare il parlato e per caratterizzare i modi espressivi di personaggi umili. Numerosi i casi presenti nei Promessi sposi, come "Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto", dove il sintagma noi altre monache risulta isolato e sospeso rispetto al verbo da cui dovrebbe dipendere sintatticamente e a cui dovrebbe essere collegato dalla preposizione a (‘a noi monache piace sentire racconti dettagliati’). Perciò l’anacoluto è noto anche come tema sospeso o con l’espressione latina nominativus pendens.
Si osservino i pronomi nelle due seguenti frasi: "la minestra non la mangio"; "non la mangio la minestra". Il pronome nella prima frase si dice che è anaforico, cioè riprende il termine a cui si riferisce e che nell’enunciato si trova alla sua sinistra; il pronome nella seconda frase si dice che è cataforico, cioè anticipa il termine a cui si riferisce e che nell’enunciato si trova alla sua destra.
Il termine anafora deriva dal greco anà ‘indietro / di nuovo’ e phéro ‘porto’; significa dunque ‘riferimento all’indietro’ e ‘ripetizione’. Come figura retorica, l’anafora consiste infatti nella ripetizione di una o più parole all’inizio di versi o di enunciati successivi: "Per me si va nella città dolente, / per me si va nell’eterno dolore, / per me si va tra la perduta gente" (Dante). Come mezzo di coesione del discorso, l’anafora può essere un pronome (vedi gli esempi citati all’inizio) oppure un sintagma nominale, a sua volta costituito da una semplice ripetizione dell’antecedente o da un sinonimo o comunque da una parola legata all’antecedente da un rapporto di coreferenza, in quanto si riferisce alla stessa entità extralinguistica: "Maria è venuta a trovarci; la nostra amica ci ha portato dei cioccolatini".
Nella linguistica storica e teorica, si definisce analogia l’influenza che il rapporto tra due o più forme linguistiche esercita sul rapporto tra altre forme.
È una figura di pensiero che consiste nel brusco passaggio dalla terza alla seconda persona, cioè nel rivolgere la parola, sulla spinta di un’emozione, direttamente a persone o cose personificate. Esempio: "Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!" (Dante).
Parola, o costruzione, sentita come estranea alla normalità linguistica e appartenente a una fase della lingua lontana nel tempo. Lo scrittore di solito recupera l’arcaismo da libri del passato per ottenere effetti stilistici e ideologici particolari, per esempio per apparire raffinato o volutamente inattuale.
Gli arcaismi spesso sono connessi alla lingua dei generi letterari: fellone per esempio appartiene al genere epico-cavalleresco di origine medievale (fellonia = tradimento) ed è conservato come appellativo di disprezzo; o Numi! è esclamazione codificata della lingua poetica aulica, cioè di tono colto e ricercato; t’affretta, con anteposizione del pronome, è un imperativo tipico della lingua della tragedia. Nella tradizione italiana la preferenza per l’arcaismo è una tendenza frequente dovuta alle modalità di formazione della lingua letteraria unitaria, che si ispirò ai modelli fiorentini trecenteschi. Lo stesso Vocabolario dell’Accademia della Crusca raccolse una grande quantità di arcaismi anche da testi toscani antichi di scarso valore e solo raramente contrassegnò queste parole con la sigla V.A. (‘voce arcaica’), rendendo difficile distinguere per i non toscani le voci correnti da quelle uscite dall’uso.
In italiano contemporaneo l’uso di il / lo / l’ dipende dall’iniziale della parola che segue: il pane, lo zaino, l’albero; in italiano antico invece l’alternarsi delle forme dell’articolo maschile dipendeva dalla finale della parola che precedeva l’articolo stesso. Infatti si aveva lo a inizio di frase (a) e dopo parola terminante per consonante (b), mentre dopo parola terminante per vocale (c) si aveva il, come dimostrano i seguenti esempi danteschi: (a) "Lo buon maestro disse: - Figlio, or vedi" (Inferno VII, 115); (b) "si volse a retro a rimirar lo passo" (Inferno I, 26); (c) "poi ch’ei posato un poco il corpo lasso" (Inferno I, 28). Questa regola prende il nome di "norma Gröber", dal nome dello studioso tedesco che per primo la individuò.
Figura sintattica caratterizzata da assenza di congiunzioni tra termini o frasi strettamente correlate.
Ogni lingua naturale umana presenta nelle sue manifestazioni concrete una tendenza a diversificarsi nel tempo e nello spazio, ma non solo. I fattori di differenziazione sono normalmente così definiti:
1) la variabile legata ai mutamenti nel tempo viene chiamata diacronìa;
2) quella legata allo spazio, cioè alle varietà geolinguistiche, si definisce diatopìa, e in Italia risulta particolarmente rilevante per la ricchezza dei dialetti e il loro ruolo nella formazione degli attuali italiani regionali, cioè delle varietà di italiano parlate a livello locale;
3) la variabile legata alla posizione sociale e al livello di istruzione del parlante si definisce diastratìa, e italiano popolare viene detta la varietà bassa di italiano usata dai semicolti, cioè da coloro che hanno frequentato poco e male la scuola;
4) la diafasìa è la variabile legata alla situazione comunicativa, all’argomento, al rapporto con l’interlocutore e determina la scelta del registro linguistico, più o meno formale; appartengono alla variabile diafasica anche i sottocodici, cioè prevalentemente le parole specifiche che caratterizzano i linguaggi settoriali e le lingue speciali, come la lingua delle cronache sportive o quella della medicina;
5) infine la diamesìa è la variabile che dipende dal mezzo attraverso il quale avviene la comunicazione; allo scritto e al parlato oggi si è aggiunta la categoria del trasmesso, intermedia tra le prime due, che fa riferimento sia al parlato trasmesso del telefono, della radio, della televisione, del cinema, sia allo scritto trasmesso di Internet, della posta elettronica, dei messaggini telefonici.
Manoscritto di pugno dell’autore.
Per quanto riguarda la letteratura italiana delle origini raramente gli autografi sono arrivati fino a noi, come nel caso della Commedia, di cui non possediamo nessun codice di mano di Dante. Del Decameron invece esiste un autografo, il codice Hamilton 90 di Berlino, identificato come tale da Vittore Branca e Pier Giorgio Ricci. Su questo codice si basano l’edizione critica e alcuni recenti studi sull’impaginazione e gli usi grafici di Boccaccio. Altro famoso autografo è il codice Vaticano Latino 3196, di mano del Petrarca, con abbozzi e brutte copie di poesie, alcune incluse poi nel Canzoniere. L’opera completa nella sua versione definitiva è tramandata da un altro autografo, il codice Vaticano Latino 3195, scritto in parte dall’autore e in parte sotto la sua diretta sorveglianza da un copista.
È un metro originariamente destinato al canto e alla danza, caratterizzato dalla ripresa, cioè da alcuni versi iniziali che tornano, in funzione di ritornello, a ogni strofa.
Si sviluppa in Italia a partire dalla seconda metà del Duecento nella poesia religiosa delle laudi e in quella amorosa (fu utilizzata ad esempio dagli stilnovisti). Anche quando il legame con la musica cessò, la ballata rimase una forma meno sofisticata della canzone. Esistono diversi tipi di ballate; quella più tipica è detta italiana. In tale forma ogni stanza è divisa in due parti; la prima comprende a sua volta due gruppi di versi detti mutazioni o piedi, il cui numero varia da due a quattro. La seconda parte della stanza, detta volta, ha lo stesso numero di versi della ripresa; inoltre l’ultima rima della volta presenta di solito la stessa rima finale della ripresa; perciò tipico della ballata è che tutte le stanze finiscano con la stessa rima. L’esempio che riportiamo è la prima stanza di una ballata di Angelo Poliziano.
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RIPRESA |
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino. |
A A |
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I MUTAZIONE |
Erano intorno violette e gigli, fra l’erba verde, e vaghi fior novelli, |
B C |
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II MUTAZIONE |
azzurri, gialli, candidi e vermigli: ond’io porsi la mano a côr di quelli |
B C |
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VOLTA |
per adornare e mie biondi capelli, e cinger di grillanda el vago crino. |
C A |
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RIPRESA |
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino… |
A |
È il fenomeno, costante nelle zone di frontiera, per cui popolazioni o individui usano correntemente due lingue diverse in condizioni di parità, potendosi esprimere senza difficoltà in entrambe le lingue con un livello di precisione identico. Si tratta dunque di lingue che hanno uguale status sociale e godono di pari prestigio. Nel caso in cui fra le due una sola lingua sia considerata ufficiale, abbiamo una situazione di diglossia.
Elenco di autori, o meglio forme e temi dell’opera di uno o più autori, considerati esemplari e perciò oggetto di imitazione, al punto di dare origine a una tradizione dai caratteri costanti e ben riconoscibili. L’adesione a un canone è un principio che ha avuto un ruolo assai rilevante nella letteratura italiana dei secoli passati, caratterizzata dalla riproposta frequente dei valori del classicismo.
Narrazione epico-cavalleresca in versi, talora con accompagnamento musicale, prodotta e diffusa per via orale da poeti popolari, i cosiddetti giullari o canterini, tramite recite nelle piazze.
Le origini della canzone risalgono alla cultura provenzale (vedi la scheda 5). Nel De vulgari eloquentia, Dante la considera il più elevato tra i componimenti poetici: quello a cui si adattano argomenti e stile sublimi. L’eccellenza della canzone è ribadita da Petrarca, che ne fa oggetto di un raffinato esercizio letterario. Dal Trecento in poi questo metro rimarrà la forma più classica della poesia italiana. Si articola in un numero variabile di stanze (per lo più intorno a cinque), in cui si alternano endecasillabi e settenari (vedi verso); la conclusione è normalmente una stanza ridotta, detta congedo. Lo schema si ripete in tutte le stanze, sia pure con rime diverse, e di solito prevede una scansione in due parti, la fronte e la sirima, talvolta collegate da una chiave. Fronte e sirima sono a loro volta suddivise in due piedi e due volte. La prima stanza di una celebre canzone di Petrarca permette di chiarire queste complicate distinzioni:
Canzoniere CXXVI
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Prima scansione |
Seconda scansione |
Testo |
Schema delle rime |
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I piede |
Chiare, fresche et dolci acque, |
a |
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ove le belle membra |
b |
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pose colei che sola a me par donna; |
C |
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FRONTE |
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II piede |
gentil ramo ove piacque |
a |
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(con sospir mi rimembra) |
b |
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a lei di fare al bel fianco colonna; |
C |
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CHIAVE |
erba et fior che la gonna |
c |
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I volta |
leggiadra ricoverse |
d |
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co l’ angelico seno; |
e |
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aere sacro, sereno, |
e |
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SIRIMA |
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II volta |
ove Amor co’ begli occhi il cor m’ aperse: |
D |
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date udïenza insieme |
f |
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a le dolenti mie parole extreme. |
F |
Dopo la quinta stanza compare il breve messaggio finale del poeta al suo componimento:
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Se tu avessi ornamenti quant’ ài voglia, |
D |
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CONGEDO |
poresti arditamente |
f |
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uscir del bosco, et gir in fra la gente. |
F |
Nello schema delle rime, le lettere maiuscole indicano gli endecasillabi; le minuscole i versi più brevi, che nella canzone sono settenari. Si noti che lo schema della seconda volta della sirima DfF ritorna nel congedo, ma ciò che si ripete non sono le stesse rime, bensì solo la loro disposizione.
Vedi verso.
Per classico si intende un autore o un’opera esemplare che costituisce un modello. Il classicismo è l’adesione a un ideale di perfezione formale che si rispecchia nei modelli del passato e nella continuità della tradizione.
L’origine di queste parole risale al latino e alla suddivisione in classi dei cittadini romani in base alla loro ricchezza, mentre i proletari non appartenevano a nessuna classe. I membri della prima classe erano chiamati senz’altro classici e Aulo Gellio, un autore del II secolo d.C., usò per la prima volta questo aggettivo per indicare gli scrittori eccellenti, superiori, di "prima classe". Poiché a lungo gli unici autori non religiosi proposti a modello nelle scuole furono quelli latini e greci, si creò un’associazione tra classico, esemplare e antico (greco o latino). Di qui il significato storico che si aggiunse al termine ‘classico’ e che si accentuò in età romantica, quando agli scrittori classici, cioè greco-latini, e agli imitatori di questi, i neoclassici, si contrapposero gli scrittori romantici, cioè moderni, che si consideravano interpreti di un’arte e di una civiltà nuova nata con il cristianesimo.
Figura retorica, detta anche gradazione, che consiste nel passaggio da un vocabolo, o da un concetto, all’altro in progressiva intensificazione. Ad esempio, questa descrizione del naso di Cyrano de Bergerac è una gradazione ascendente di metafore:
È una rocca!... Un picco! Un capo affatto.
Ma che! l’è una penisola, in parola d’onore!
(Edmond Rostand)
Si parla di anticlimax in caso di gradazione discendente.
I trattati di grammatica e i vocabolari descrivono e fissano, a livello normativo, le strutture e il patrimonio lessicale di una lingua naturale. In questo senso si parla di codificazione grammaticale.
Nella tradizione che risale a Bembo, la norma linguistica viene fissata partendo dall’annotazione a margine dei codici dei grandi trecentisti presi a modello (Petrarca e Boccaccio); di qui la forma annotata passa nelle scritture dei nuovi autori e viene indicata nelle grammatiche e nei vocabolari come regola da applicare o termine da utilizzare.
Sono due dei sette principi costitutivi della testualità: si tratta dei requisiti che fanno di un insieme di parole un testo, ovvero un’unità comunicativa coerente e compiuta, a prescindere dall’estensione e dal canale scritto o orale. La coesione e la coerenza riguardano specificamente la veste linguistica del testo: la prima si riferisce al corretto collegamento formale tra le varie parti del testo; la seconda riguarda il suo significato e l’adeguatezza dello stile. Come gli altri requisiti della testualità, la coerenza è legata al contesto extralinguistico, in particolare alla reazione del destinatario che deve valutare se il testo è chiaro e appropriato alla circostanza comunicativa (vedi pragmatica).
Per quanto riguarda la coesione, è bene soffermarsi sugli elementi linguistici che la garantiscono: i coesivi e i connettivi. I coesivi servono a richiamare quanto già espresso in precedenza, garantendo la continuità tematica, come fanno le semplici ripetizioni, i pronomi, i vari tipi di sinonimi, le riformulazioni ecc.; sfruttano cioè dei meccanismi linguistici che sono spiegati, almeno in parte, in questo glossario alle voci anafora ed ellissi. I connettivi invece stabiliscono collegamenti sintattici tra porzioni di testo, che possono essere anche molto distanti tra loro; ne fanno parte in primo luogo le congiunzioni (quando, perché, dunque, ecc.), ma anche altre parti del discorso, complementi e frasi che forniscono informazioni sui seguenti punti:
a) sui rapporti di tempo e spazio (prima... poi; di lato... al centro; ecc.);
b) sul legame logico tra gli argomenti esposti (in conseguenza di tutto ciò; per questo motivo; ipotizziamo che; ecc.);
c) sulle relazioni di numerazione, corrispondenza o contrapposizione (in primo luogo… in secondo luogo; per un verso... per l’altro; ecc.);
d) sul giudizio dell’emittente (secondo me; fortunatamente; ecc.);
e) sul riferimento a luoghi precedenti o seguenti nel testo (come abbiamo già detto; come vedremo nel prossimo capitolo; ecc.).
Nell’enunciato "la maggioranza degli elettori hanno votato per il centro", a un soggetto singolare, la maggioranza, corrisponde un verbo plurale, hanno votato. La spiegazione è che il significato collettivo del termine maggioranza ha contato più del numero grammaticale. Le concordanze a senso sono tipiche della lingua orale, in cui, come si dice, la semantica prevale sulla sintassi, ma sono da evitare nella lingua scritta.
Nell’enunciato tratto dalla novella di Chichibio (Decameron, VI, 4) "se così gridato aveste, ella avrebbe così l’altra coscia e l’altro piè fuor mandata", a rigore il participio passato, che si riferisce a coscia e a piè, avrebbe dovuto essere concordato al maschile plurale (mandati), ma ha prevalso il genere femminile del referente: ‘coscia’, ‘zampa’, ‘gamba’. È un espediente a cui Boccaccio è ricorso per simulare la spontaneità del parlato.
Vedi coesione.
La denotazione è l’elemento stabile, non soggettivo, del significato di una parola, analizzabile in astratto, al di fuori del discorso. Alla denotazione si oppone la connotazione, che indica un valore ulteriore del segno, per esempio di tipo emotivo, variabile a seconda dei contesti. Così il termine coniglio ha un significato denotativo, in relazione all’animale a cui rimanda, ma ha anche un valore connotativo quando è riferito metaforicamente a una persona timida o vile (sei un coniglio!).
La connotazione di un termine varia molto da cultura a cultura e da lingua a lingua. Alla stessa parola italiana coniglio, per esempio, corrisponde sul piano denotativo il francese lapin, voce che però in quella lingua ha una connotazione diversa, indicando scherzosamente un uomo sessualmente molto attivo.
L’insieme degli elementi e delle sezioni che inquadrano e collegano le varie parti di un’opera letteraria. Nel Decameron, ad esempio, la cornice costituisce l’architettura razionale dell’opera, in quanto unifica e organizza il vario materiale narrativo delle cento novelle, presentate come racconti che dieci giovani, sette donne e tre uomini, si fanno per dieci giorni (come suggerisce il titolo grecizzante), eleggendo a turno un re o una regina che stabiliscono ogni giorno un tema diverso.
Boccaccio si finge puro trascrittore di quei racconti, dunque narratore di secondo grado. In prima persona però l’autore parla proprio nelle sezioni che costituiscono materialmente la cornice: il proemio e la conclusione generale, l’introduzione e la conclusione delle singole giornate, le parti di raccordo tra una novella e l’altra. Nella cornice si trovano alcune delle pagine più ammirate del Decameron, anche dal punto di vista stilistico, come, nel Proemio, la famosa descrizione della peste scoppiata nel 1348 a Firenze, da cui la brigata dei novellatori fugge ritirandosi in campagna. Nell’Introduzione alla IV giornata, Boccaccio trova anche il modo di esprimere le sue idee letterarie, rispondendo alle critiche che gli venivano rivolte.
Elementi della cornice si possono considerare però anche le corrispondenze e le opposizioni geometriche nella scelta dei temi e nella disposizione dei racconti, per cui se il libro si apre con l’assoluta mancanza di onestà di Ser Ciappelletto, protagonista della prima novella della prima giornata, esso si chiude con le azioni "liberali" e "magnifiche" della decima giornata, fino all’eroica dimostrazione di fedeltà della Griselda, protagonista dell’ultima novella. Il tema libero della prima giornata è riproposto nella nona; nella terza giornata viene ripreso un aspetto particolare del tema generale della fortuna, introdotto nella seconda; gli amori infelici della quarta giornata sono bilanciati da quelli felici della quinta; la prospettiva delle beffe fatte dalle donne ai loro mariti, cui è dedicata la settima giornata, si allarga nell’ottava includendo anche le beffe fatte da uomini a donne e da uomini ad altri uomini. È stato osservato che, tra le molte funzioni della cornice, c’è quella di fornire un modello di organizzazione razionale alternativo al caos sociale e al disordine di valori causato dalla peste. In ogni caso, il Decameron ha costituito il testo di partenza di gran parte della novellistica posteriore e il modello di organizzazione narrativa offerto dalla cornice è stato molto imitato sia in Italia sia in Europa; basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer, all’Eptameron di Margherita di Navarra e alle raccolte di novellieri italiani del Cinquecento.
Disposizione ritmica del periodo, specie nelle sue parti finali (le cosiddette clausole), ottenuta tramite particolari regole di alternanza tra sillabe accentate e sillabe non accentate. Tali regole erano prescritte dai trattati di retorica medievali per la prosa più alta ed elegante e si basavano sul precedente della prosa ritmica classica.
È la funzione linguistica che collega l’enunciato al contesto spazio-temporale e ai partecipanti alla comunicazione. Sono deittici avverbi come qui, là, adesso, domani; pronomi e aggettivi dimostrativi e possessivi come questo, quello, mio, tuo, nostro, vostro; pronomi come io, tu, noi, voi (lui, lei, loro solo se la terza o le terze persone a cui si riferiscono sono materialmente presenti e vengono indicate dal parlante).
Le lingue naturali sono nate per l’interazione faccia a faccia e la loro organizzazione è egocentrica, cioè esse si ancorano al contesto esterno a partire da chi dice io; perciò i deittici non hanno sempre lo stesso referente, cioè il loro significato cambia in base alla situazione in cui avviene la comunicazione. Così per esempio la frase "anche domani farò lezione qui" pronunciata dal prof. Caio il 10 ottobre 2005 nell’aula XII dell’Università per stranieri di Perugia rimanderà a un altro docente, a un altro luogo e a un’altra data se sarà pronunciata in un giorno diverso dal prof. Tizio dell’Università di Pisa. Il termine deissi deriva dal greco deixis ‘indicazione’ che discende dalla stessa radice indoeuropea del latino index ‘indice’.
Vedi mimesi / diegesi.
"Coesistenza, nella stessa comunità o in uno stesso parlante, di due sistemi linguistici di diverso prestigio" (Tullio De Mauro, Il dizionario della lingua italiana, Torino, Paravia, 2000). È il caso di tutte le comunità dialettofone, dove due sistemi linguistici coesistono in un certo territorio e uno dei due ha, spesso per ragioni storiche, uno statuto socio-politico inferiore. Dunque la diglossia può anche rappresentare una situazione di conflitto.
"Nella sua accezione più diffusa, diglossia vale oggi soprattutto in riferimento all’uso funzionalmente differenziato di diversi codici linguistici o di diverse varietà di un codice linguistico all’interno di una stessa comunità" (Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, a cura di G.L. Beccaria, Torino, Einaudi, 2004: 239).
La dislocazione è la trasformazione dell’ordine sintattico normale della frase, che in italiano prevede SVO (soggetto, verbo, oggetto), e ha la funzione di evidenziare il "centro d’interesse" del parlante. La dislocazione si ottiene spostando un componente all’inizio o alla fine della frase e riprendendolo con un pronome rispettivamente anaforico o cataforico. Un enunciato come "la minestra non la mangio" rappresenta un esempio di dislocazione a sinistra; l’enunciato "non la mangio la minestra" è un esempio di dislocazione a destra.
In retorica è l’unione di due vocaboli simili nel significato e complementari (per esempio: a immagine e somiglianza; vivo e vegeto). La dittologia sinonimica, che unisce cioè due sinonimi, produce ridondanza e risponde alla tecnica dell’amplificazione.
Due vocali entro una stessa sillaba si definiscono un dittongo. Avviene un dittongamento o dittongazione quando una vocale singola si trasforma in un dittongo. Nel processo di evoluzione dal latino alle lingue romanze si sono verificati spesso dei dittongamenti, diversi da lingua a lingua. Viceversa dei dittonghi presenti in latino si sono chiusi in un’unica vocale (monottongamento). L’italiano è caratterizzato dal dittongamento toscano o spontaneo, fenomeno per cui le Ĕ e Ŏ toniche del latino dittongano in iè e uò se la sillaba in cui si trovano termina in vocale. Perciò, ad esempio, da FĔRU(M) si ha fie-ro, da TĔNET tie-ne, da LŎCU(M) luo-go, da CŎR cuo-re; mentre da FĔRRU(M) si ha fer-ro e da ŎCTO si ha ot-to.
Questo tipo di dittongamento è specifico del fiorentino e dei dialetti della Toscana, ma non si verifica negli altri dialetti italiani, che presentano tipi diversi di dittongamento. Si spiegano così alcune forme della lingua poetica, come core, foco, fero, che si sono conservate fino all’Ottocento. Il volgare siciliano, infatti, non presentava il dittongamento spontaneo e il siciliano fu la lingua della prima scuola poetica italiana, che poi ebbe prosecutori in Toscana e influenzò per alcuni aspetti anche Dante e Petrarca.
È un particolare tipo di edizione, frutto di un accurato lavoro filologico, che riguarda principalmente le opere di cui possediamo più copie manoscritte ma nessun autografo. Dopo avere ricercato, esaminato e comparato tutti i codici, cioè i manoscritti che tramandano l’opera, stabilendo in base agli errori le loro relazioni reciproche, l’editore sceglie le lezioni che giudica più vicine all’originale e ricostruisce il testo migliore possibile. In genere sotto il testo si colloca l’apparato critico, cioè delle note dove sono riportate le lezioni scartate, affinché il lettore possa rendersi conto della tradizione e delle scelte fatte dal curatore.
Fenomeno che si verifica quando in un enunciato si tacciono elementi che risultano facilmente recuperabili dal contesto o dal cotesto, ossia dalla situazione comunicativa oppure dal testo che precede o segue l’elemento soppresso. Un esempio molto chiaro è quello delle risposte secche: chi ha rubato la marmellata? Giovanni (lo ha fatto). Il caso più frequente in italiano contemporaneo è l’ellissi del pronome personale soggetto, la cui espressione è invece obbligatoria in altre lingue: (Egli) era un grande scrittore; (noi) ci vediamo lunedì.
Nell’italiano contemporaneo i pronomi personali atoni precedono il verbo di modo finito e si appoggiano a esso per quanto riguarda l’accento (si dice che sono proclitici): lo vedo, gli hanno parlato, ce li daranno. Invece in italiano antico in alcuni casi i pronomi sono enclitici, cioè sono posposti e uniti al verbo, a cui naturalmente si appoggiano per l’accento.
Le citazioni dantesche fornite tra parentesi esemplificano le regole del fenomeno: l’enclisi era obbligatoria (a) all’inizio di un periodo ("Rispuosemi: ‘non omo, omo già fui’"); si verificava con frequenza decrescente (b) dopo la congiunzione e ("e menommi al caspuglio che piangea"), (c) dopo la congiunzione ma ("ma sforzami la tua chiara favella"), (d) all’inizio di una proposizione principale che seguisse una proposizione subordinata ("Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti che alla mente altrui mi rechi"). In tutti gli altri casi era facoltativa. Si parla comunemente di "legge Tobler-Mussafia", dal nome dei filologi che hanno per primi individuato le regole del fenomeno. Dopo il Quattrocento l’enclisi obbligatoria decadde, ma l’enclisi libera sopravvisse nella lingua letteraria in prosa e in verso fino all’Ottocento. Un relitto dell’uso antico è rappresentato nella lingua d’oggi da formule cristallizzate come vendesi, dicasi, volevasi (come volevasi dimostrare).
Vedi verso.
Vedi verso.
Figura retorica che consiste nell’elencazione di più elementi coordinati per asindeto, cioè per semplice accostamento, o per polisindeto, cioè attraverso la ripetizione di una congiunzione. Ecco un esempio tratto dal romanzo Il piacere di Gabriele D’Annunzio (1863-1938): "Roma era il suo grande amore […]; non la Roma degli archi, delle Terme, dei Fori, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese".
Attribuito o apposizione che qualifica il nome (ad esempio: Lorenzo il Magnifico) e, per estensione, appellativo o titolo ingiurioso.
Mirandolina, la protagonista della Locandiera di Goldoni, si rivolge ai suoi clienti rispettando le formule convenzionali, ma parlando da sola chiama il nobile decaduto che la corteggia con l’epiteto "l’eccellentissimo signor Marchese Arsura" (I, 9), riferendosi alla sua avarizia e alla sua mancanza di denaro.
Espressionismo / espressivismo
Sfruttamento espressivo o decisamente comico dei contrasti tra lingue, dialetti, varietà sociali e culturali, registri stilistici, gerghi. Si tratta di un filone della tradizione letteraria italiana individuato dal nostro più famoso filologo, Gianfranco Contini, che per primo ha studiato la "linea Folengo-Gadda", caratterizzata anche dal gusto per l’invenzione verbale e per il gioco di parole.
Di espressivismo linguistico Vittore Branca ha parlato anche per il Decameron, dando particolare rilievo a quel "plurilinguismo programmatico" con cui Boccaccio rappresenta differenze sociali, culturali, cronologiche e geografiche.
In narratologia si definisce fabula la ricostruzione delle sequenze narrative secondo l’ordine logico e cronologico degli eventi; l’intreccio invece è il racconto vero e proprio, così come lo scrittore ce lo presenta, deformando a fini artistici la pura riproduzione dell’ordine naturale dei fatti. L’autore può anticipare o posticipare la narrazione di alcuni episodi; può mescolare punti di vista diversi; può riferire più storie, intrecciandole tra loro e così via.
Vedi interiezione.
Sotto questa definizione si raccolgono fenomeni di mutamento della parola che determinano la diminuzione o l’aumento del numero dei suoi fonemi. Fenomeni di cancellazione, e quindi di diminuzione, sono l’aferesi (esempio: verno per inverno), la sincope (esempio: dritto per diritto), l’apocope o troncamento (esempio: signor mio), l’elisione (esempio: all’amore), che si verificano rispettivamente in posizione iniziale, all’interno e a fine di parola. L’elisione in particolare riguarda solo la caduta della vocale finale di una parola davanti alla vocale iniziale della parola successiva e si segnala graficamente con l’apostrofo. Fenomeni di inserimento, e quindi di aumento dei fonemi, sono la prostesi (esempio: in Isvizzera), l’epentesi (esempio: latino BAPTISMUM > italiano battesimo) e l’epitesi (esempio: none ‘no’ e fue ‘fu’), relativi all’aggiunta di uno o più suoni all’inizio, all’interno o alla fine di parola. Comune in molte lingue, specie in presenza delle consonanti laterali r e l, la metatesi, ovvero lo scambio tra due fonemi vicini o il semplice spostamento di un fonema all’interno della parola, come nel francese fromage (dal latino volgare *FORMATICUM > italiano formaggio) e nei tipi dialettali italiani preta per pietra e crapa per capra.
È stato definito fiorentino argenteo (Castellani 1980) il fiorentino usato nella lingua orale e scritta tra Quattro e Cinquecento, cioè in un periodo precedente all’affermazione delle teorie di Pietro Bembo e posteriore all’epoca di Dante, Petrarca e Boccaccio, detta invece del fiorentino aureo.
I fonemi sono i suoni che costituiscono le unità minime del codice linguistico. La parola cane, per esempio, contiene quattro fonemi: /k a n e/. Ogni singolo fonema ha valore distintivo, perché, in una data lingua, è sufficiente a differenziare significati diversi; così il primo fonema dell’esempio distingue la parola cane dalle parole pane, tane, sane.
Parola straniera utilizzata in una lingua diversa da quella di origine. In italiano il linguaggio settoriale dell’informatica, per esempio, è ricco di forestierismi provenienti dall’inglese: computer, bit, file, hard disk, back up, ecc.
I forestierismi si possono distinguere in prestiti e calchi. I prestiti sono parole straniere non adattate, come gli esempi appena citati, o adattate solo in superficie, come tramvai, dall’inglese tramway (car); i calchi invece sono termini stranieri introdotti tramite parole già esistenti nella lingua nazionale, le quali assumono così un significato nuovo (calco semantico), come il verbo realizzare usato nel senso di ‘comprendere a pieno’, dall’inglese to realize. L’adattamento può avvenire anche mediante parole composte o derivate che riproducono il modello straniero (calco traduzione), così l’italiano ferrovia che deriva dal tedesco Eisenbahn. Da lingue straniere si possono assumere anche intere locuzioni (calchi sintattici), come il francesismo amare alla follia. Le lingue che storicamente hanno influenzato di più l’italiano sono state lo spagnolo, il francese e l’inglese, in coincidenza con l’egemonia culturale e/o politica esercitata in Europa dalle rispettive nazioni. Da diversi decenni l’italiano è fortemente esposto all’anglo-americano, da cui deriva la maggior parte dei neologismi.
Già nelle Tesi del Circolo Linguistico di Praga (1929) la lingua viene concepita come sistema funzionale, in quanto prodotto dell’attività umana al fine di esprimere e comunicare. Roman Jakobson su questa strada ha identificato sei diverse funzioni in rapporto all’orientamento dell’atto linguistico, ciascuna associata a uno dei possibili fattori del processo di comunicazione: contesto, emittente, destinatario, canale, codice, messaggio.
La funzione referenziale, relativa al contesto, può manifestarsi negli enunciati dichiarativi, o con l’uso della terza persona; la funzione emotiva, relativa all’emittente, si manifesta più specificamente attraverso le interiezioni; la funzione conativa, orientata verso l’ascoltatore, ha come tipiche espressioni grammaticali il vocativo e l’imperativo; la funzione fàtica, orientata sul canale, assicura e mantiene il contatto tra emittente e destinatario (Pronto, mi senti?; Mi segui?); nella funzione metalinguistica il discorso si orienta verso il codice di riferimento; la funzione poetica è centrata sul messaggio e sulla sua elaborazione.
Il testo, salvo rare eccezioni, non vive isolato nella letteratura, ma appartiene a un genere, cioè a una "famiglia" di testi, con cui entra in relazione in base a una fitta rete di corrispondenze.
Tali corrispondenze possono riguardare i temi (per esempio il rapporto amore-nobiltà nella lirica delle origini), le scelte formali (per esempio lo schema metrico dell’ottava nel poema cavalleresco), il tipo di destinatari (per esempio un gruppo ristretto di intellettuali e aristocratici o un pubblico di massa, come per il romanzo d’appendice), ecc. I generi presuppongono un orizzonte di attesa, cioè un insieme di regole preesistenti e aventi la funzione di orientare i lettori. Così chi inizia un romanzo giallo si predispone alla lettura di un testo con certi schemi generali (il cadavere, il poliziotto, la ricerca dell’assassino, gli indizi), in base a una competenza acquisita attraverso letture precedenti e all’assimilazione delle "regole del gioco". Le opere di alto valore letterario presentano spesso scarti rispetto al genere a cui appartengono e possono provocarne una ricodificazione retorica, cioè l’imporsi di nuove regole.
Da gergo (molto in uso anche l’inglese slang), è un termine usato comunemente per definire un qualsiasi sotto-linguaggio utilizzato da specifici gruppi di persone. Generalmente ogni generazione o gruppo etnico sviluppa un suo gergo, per il semplice fatto che i suoi componenti parlano più spesso "tra loro" che "con gli altri", oppure deliberatamente per non farsi capire da chi non fa parte del gruppo. Molte parole gergali entrano lo stesso, alla fine, a far parte della lingua "corretta". Un esempio tipico è il fatto che spesso gli anziani non comprendono molte delle parole usate dai giovani e al contrario questi ultimi o non comprendono o considerano "all’antica" molte parole usate dai primi.
Vedi pragmatica.
Le interiezioni sono parole che si usano nella comunicazione orale ed esprimono da sole il significato di un’intera frase. Per esempio un "Ahi!" rivolto a qualcuno che ci ha appena pestato un piede sul tram equivale a "Faccia attenzione! Mi ha fatto male!".
Le interiezioni possono essere di tre tipi: a) primarie o proprie, quelle che hanno solo valore di interiezione; b) secondarie o improprie, quelle costituite da nomi, aggettivi, avverbi o verbi; c) fraseologiche, quelle composte da locuzioni interiettive o esclamative. Sono interiezioni primarie, per esempio, bah, ehm, mah, ohi, uffa, caspita, perdiana. Le interiezioni secondarie sono ampliabili all’infinito; molte sono nomi di animali: porco!, asino!, bestia!; altre hanno funzione conativa, cioè hanno lo scopo di far fare qualcosa al destinatario: zitto!, fuori!, basta!, andiamo!, bene!, bravo!, vergogna!. Alcune interiezioni sono usate in funzione fatica, cioè per attivare, mantenere e verificare il funzionamento della comunicazione (si parla anche di fatismi): pronto? senta, scusi, per favore, capito?, no?, oppure servono ad articolare il discorso: vedi, guarda, ecco, insomma. Infine, ecco qualche esempio di locuzione interiettiva: santo cielo!, povero me!, Dio ce ne scampi e liberi!.
Persona con cui si parla.
Forma o pronuncia che è stata corretta per errore, cioè a causa di una scarsa conoscenza o per un’interferenza linguistica.
Un esempio può essere la restituzione sbagliata di vocali finali o di doppie fatta da scriventi settentrionali, i cui dialetti non hanno né vocali finali né consonanti allungate: tipo altaro ‘altare’ e gentille ‘gentile’. L’ipercorrettismo è un indizio molto utile per risalire all’area geografica di antichi testi manoscritti.
Essenzialmente i due termini sono sinonimi di subordinazione e coordinazione. Derivano dal greco hypó ‘sotto’ e pará ‘vicino’ + táxis ‘ordine’. La paratassi si ha quando due o più proposizioni si succedono in un periodo senza che sintatticamente l’una dipenda dall’altra. Al contrario si ha ipotassi quando una proposizione, detta subordinata o dipendente, è retta sintatticamente da un’altra, chiamata principale o reggente. Si confrontino i due periodi: (a) "Piove e Maria ha preso la macchina"; (b) "Maria ha preso la macchina perché piove"; (a) è un esempio di paratassi, (b) un esempio di ipotassi.
L’ipotassi è considerata tipica delle lingue classiche, che presentano un sistema molto ricco di strutture ipotattiche a vari gradi di gerarchia. Infatti i legami di subordinazione tra le frasi di un periodo possono essere di primo, di secondo, di terzo grado, ecc. Si veda il seguente esempio: "Il generale ordinò ai suoi soldati [R] di scalare le mura della fortezza [S1], dove i nemici si erano rinchiusi [S2], per sottrarsi allo scontro diretto [S3], temendo [S4] di essere sconfitti [S5]". Nelle lingue moderne l’ipotassi viene impiegata soprattutto nello scritto e nei registri più elevati, mentre la lingua parlata, specie nei registri più informali, preferisce la paratassi, spesso ottenuta anche per asindeto, cioè per semplice accostamento di due frasi: "Piove, Maria ha preso la macchina".
Figura retorica che consiste nell’affermare una cosa intendendo dire l’opposto. Esempio: Che divertimento andare al cimitero!. Al destinatario è lasciato il compito di decifrare correttamente il messaggio, aiutato in ciò dal contesto e dalla particolare intonazione del discorso.
Un esempio di narrazione ironica è l’avventura di Renzo all’osteria della Luna piena nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni (vedi la scheda 13). Il giovane, dopo essersi fatto coinvolgere in una rivolta popolare a Milano, viene avvicinato da un falso artigiano, in realtà un poliziotto, che gli consiglia una locanda per la notte. Le parole che questo personaggio pronuncia suonano ironiche al lettore: "Conosco appunto un’osteria che farà al caso vostro; e vi raccomanderò al padrone, che è mio amico, e galantuomo" (cap. XIV). L’osteria è evidentemente la prigione, dove l’uomo intendeva condurre l’ingenuo montanaro, "come alla locanda più sicura della città" (cap. XV), commenta ironicamente il narratore.
Con questo termine si indica un "filo rosso" semantico che percorre un testo garantendone la coerenza. L’isotopia è una struttura semantica inerente al testo e designa l’iteratività di unità minime di significazione, che garantiscono al discorso la sua omogeneità.
"In ‘Tutti erano vestiti magnificamente. Giovanni e Maria furono guidati fino alla sontuosa tavola al centro di una sala decorata sfarzosamente e fu offerto loro dello champagne’, l’insieme dei termini - ‘vestiti magnificamente’, ‘sontuosa’, ‘decorata sfarzosamente’, ‘champagne’ - può costituire un’isotopia della nozione di ‘lusso’. Nella sua accezione più ristretta, il termine designa la ripetizione delle unità semantiche di un testo (o di una sua parte), mentre nel suo significato più ampio indica la ripetizione di unità a uno e a tutti i livelli testuali (fonetico, stilistico, retorico, sintattico, prosodico, ecc.)" (Gerald Prince, Dizionario di narratologia, Firenze, Sansoni, 1990: 68).
Indica la competenza attiva e passiva dell’italiano, cioè la capacità di parlare e capire la lingua italiana. Italofono è chi possiede questa competenza.
Varietà che non corrisponde al latino classico, quello che siamo abituati a studiare a scuola. Quest’ultimo è il latino scritto, utilizzato dalle classi colte e socialmente più elevate, così come si legge nelle opere letterarie dell’età aurea (dal 50 a.C. al 50 d.C). Il latino volgare era la lingua parlata dal popolo, meno controllata sul piano grammaticale e piena di espressioni e riferimenti materiali. Si tratta di una realtà complessa e variegata al suo interno sia sul piano diacronico sia su quello diatopico (vedi assi di variazione). Infatti non solo fu soggetta a sensibili trasformazioni nel tempo, specie dopo la caduta dell’Impero romano; ma si differenziò anche geograficamente in relazione a molti fattori, tra cui le lingue parlate - prima della conquista e della latinizzazione - nelle varie zone sottoposte al dominio di Roma.
Vedi enclisi pronominale.
La parola koinè deriva dall’espressione koinè diálektos. Essa indicava nel mondo ellenistico il greco comune che si diffuse a partire dall’epoca di Alessandro Magno e si sovrappose ai quattro precedenti dialetti greci: ionico, dorico, eolico, attico. Per analogia, gli storici della lingua italiana chiamano lingue di koinè quelle forme di scrittura superdialettale che ebbero ampia circolazione nell’ambiente delle corti signorili del Nord e del Sud Italia nella fase precedente all’affermazione delle teorie di Pietro Bembo (1470-1547). Nel Quattrocento e nel primo Cinquecento, infatti, gli scriventi delle varie regioni italiane, sebbene la norma comune non si fosse ancora stabilizzata, cercavano di elevare il proprio volgare, accogliendo latinismi ed eliminando almeno una parte dei tratti locali, quelli più evidenti e popolari, sulla base di modelli letterari che già dalla seconda metà del Trecento godevano di un riconosciuto prestigio linguistico, come la poesia di Petrarca. Il processo, libero e spontaneo, si sviluppò anche grazie all’adozione del volgare nelle cancellerie dei principati italiani, dando origine a forme di lingua scritta dalle caratteristiche analoghe, ma non omogenee, in quanto determinate dalla mescolanza di tre componenti fondamentali: il volgare locale, il toscano e il latino.
Lingua veicolare e lingua franca
Si dice veicolare una lingua di grande diffusione, che permette la comunicazione tra parlanti di nazionalità diversa, come oggi l’inglese. Un tipo particolare di lingua veicolare è la lingua franca, cioè quel misto, molto semplificato, di elementi romanzi (prevalentemente italiani e spagnoli), greci e arabi che fu utilizzato, in epoca medievale e oltre, nei rapporti commerciali nell’ambito del Mediterraneo orientale. Va chiarito però che l’italiano veicolare attestato nel Bacino del Mediterraneo tra XVI e XIX secolo non deve essere confuso né con la lingua franca (o lingua sabir) né con il veneziano de là da mar, cioè con il "veneziano coloniale"; si tratta infatti di un italiano di base fondamentalmente toscana e di piena complessità morfo-sintattica.
Chi parla.
È forse la figura retorica più importante. Gli antichi la definivano un paragone abbreviato. L’esempio "quel generale è una volpe" equivale infatti a "è astuto come una volpe".
In realtà la metafora si basa su un meccanismo più complesso della semplice soppressione degli elementi che renderebbero esplicita la similitudine. Il termine metafora deriva dal greco metaphérein ‘trasportare’, a cui corrisponde il latino TRANSFERRE, con il suo participio TRASLATUM. Il sostantivo traslato in italiano infatti indica un termine "trasportato", cioè usato in modo figurato. La metafora è dunque un trasferimento di significati, cioè la sostituzione di una parola con un’altra o l’accostamento di due parole i cui significati hanno dei tratti semantici in comune. Spieghiamoci meglio con l’esempio che fa lo stesso Aristotele: la metafora "La vecchiaia è la sera della vita" presuppone l’analogia esplicita "la vecchiaia è la fine della vita (A) come la sera è la fine del giorno (B)". La fusione tra A e B è resa possibile dal fatto che i campi semantici ‘vecchiaia’ e ‘sera’ hanno in comune il tratto ‘fine’. Questo meccanismo dinamico e intuitivo spiega anche la catacresi, termine con cui si indicano le metafore di uso corrente, cioè quei traslati che colmano la mancanza di una parola specifica, come per esempio la locuzione collo della bottiglia, dove il collo sta alla testa (o alle spalle) come un oggetto senza nome sta al tappo (o al corpo) della bottiglia.
Come la metafora, è una figura di significato o tropo. Consiste nella sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo un rapporto di vicinanza logica e/o materiale. Per esempio una metonimia del contenente al posto del contenuto è l’espressione "bere un bicchiere".
Altri tipi di contiguità sfruttati dalla metonimia sono:
1) l’effetto per la causa: "talor lasciando le sudate carte" (Leopardi), dove le carte sono sudate perché impegnano in uno studio faticoso, che fa sudare;
2) la causa per l’effetto: "Ma negli orecchi mi percosse un duolo [= dolore]" (Dante), dove il poeta sente in realtà dei lamenti causati dal dolore;
3) l’astratto per il concreto: "è vittima della malavita", cioè dei delinquenti;
4) il concreto per l’astratto: "quella donna non ha cuore", ovvero sentimenti;
5) l’autore al posto dell’opera: "il museo ha comprato un Raffaello";
6) il produttore per il prodotto: "gradisce un Martini?";
7) il patrono per la chiesa: "ci vediamo all’ingresso di San Pietro";
8) la divinità mitologica per la sua sfera d’influenza: "gli uomini hanno tre debolezze: Bacco, tabacco e Venere", cioè il bere, il fumo e il sesso.
Per metro si intende il discorso in versi, l’unità poetica superiore al verso e alla strofa, la cui organizzazione segue regole stabilite dalla tradizione letteraria. Tra i metri più diffusi e più significativi della poesia italiana segnaliamo la canzone, il sonetto e la ballata.
La mimesi è la riproduzione o imitazione della realtà, come avviene sulla scena teatrale o nei dialoghi in discorso diretto riportati nei romanzi. La diegesi è lo sviluppo narrativo, l’equivalente verbale dell’azione realizzato dal racconto dello scrittore. La distinzione risale ad Aristotele, ma è stata ripresa dagli studiosi moderni di narratologia.
Monolinguismo / plurilinguismo
Categorie definite dal filologo Gianfranco Contini in relazione a due fondamentali filoni, nati a partire dall’opera di Dante e di Petrarca, che percorrono la tradizione poetica italiana.
La lingua di Dante nella Commedia è caratterizzata dall’impiego di un lessico molto vario, in coerenza con la varietà della materia, che va dall’inferno alla visione di Dio; tale lingua utilizza tutti i registri possibili, dal termine scurrile a quello più sublime, senza escludere nessuno dei livelli espressivi intermedi. La miscela linguistica di Dante è stata perciò definita mistilinguismo o plurilinguismo. Per la lirica di Petrarca si parla invece di monolinguismo, in quanto essa utilizza un lessico volutamente limitato, un repertorio di vocaboli dal significato ampio, emblematici di una situazione interiore legata all’esperienza amorosa e a un paesaggio ideale, entrambi "sottratt[i] alla mutabilità della storia". Di qui l’anti-realismo e l’anti-espressionismo che si traducono in uno stile musicalmente armonico e privo di scarti; in un linguaggio vago e immateriale, che evoca e non dipinge. La linea del plurilinguismo dantesco e quella del monolinguismo petrarchesco perdurano costanti, secondo Contini, nella storia letteraria italiana, giungendo fino al Novecento (vedi la scheda 5).
Indica l’unità minima di analisi morfologica. Le parole portano in sé informazioni diverse che si ricavano dalla loro scomposizione in una componente lessicale e in una componente grammaticale: per esempio nell’italiano can-i si distinguono un morfema lessicale (can-), detto anche lessema, e un morfema grammaticale (-i), che coincide con la desinenza del plurale.
Settore della semiotica che studia gli elementi e i modi della narrazione, allo scopo di individuarne le costanti.
Dal greco néos ‘nuovo’ e lógos ‘parola’. È un termine creato di recente, per esigenze tecniche o espressive, proveniente da un’altra lingua o formato all’interno della stessa lingua mediante prefisso (esempio: inter-faccia), suffisso (esempio: ameb-oide) o composizione (esempio: fanta-calcio).
Il neologismo è una delle principali fonti di innovazione della lingua, ma in genere è avversato dai puristi. Se si afferma diventa naturale e non più distinguibile; altrimenti cade dall’uso e scompare. Se proviene da una lingua straniera si preferisce parlare di prestito. Nella terminologia delle scienze moderne hanno avuto un ruolo importante le lingue classiche, oggi per lo più soppiantate dall’inglese nel processo di formazione di neologismi (vedi www.radio.rai.it/radio3/scienze/parole.htm).
Vedi articolo (in italiano antico).
Imitazione dei suoni naturali in parole ed espressioni del linguaggio articolato. Il lessico italiano ha numerosi vocaboli onomatopeici: miagolare, ululare, tintinnare, sussurro, gorgoglìo, ecc. Dal greco ónoma ‘nome’ e poiéo ‘faccio’.
Caratteristica del racconto è quella di strutturarsi come una sequenza doppiamente temporale, in quanto in esso è presente il tempo della cosa raccontata (ovvero tempo della storia) e il tempo del racconto (ovvero tempo del discorso). "Studiare l’ordine temporale di un racconto significa operare un confronto fra l’ordine di disposizione degli avvenimenti o segmenti temporali nel discorso narrativo e l’ordine di successione che gli stessi avvenimenti o segmenti temporali hanno nella storia" (Gérard Genette, Figure III. Discorso del racconto, Torino, Einaudi, 1976: 83).
Se gli eventi si possono anche raccontare rispettandone l’ordine cronologico, sono più frequenti le discordanze (che chiameremo anacronie) fra l’ordine della storia e quello del racconto. Parleremo di analessi (o retrospezione o flashback) quando si fa riferimento ad avvenimenti avvenuti prima del tempo della storia; all’opposto, avremo una prolessi (o anticipazione o flashforward) quando si anticipano eventi o situazioni che appartengono al seguito della storia.
Vedi strofa.
Vedi verso.
La parafrasi è la riscrittura di un testo in termini più chiari ed espliciti, in modo che non cambino i contenuti e l’informazione. Così ad esempio il primo verso della Commedia "Nel mezzo del cammin di nostra vita" può essere parafrasato "a 35 anni, cioè nel 1300".
Naturalmente sul piano della connotazione il verso di Dante è ben più ricco di questa prima informazione; infatti la parafrasi riesce a rendere in genere solo il valore denotativo del testo di partenza.
Parola con la quale si usa indicare la compresenza di coordinazione (paratassi) e di subordinazione (ipotassi). Si tratta di un costrutto, molto diffuso nella poesia e nella prosa antica (dal Duecento al Quattrocento), che si verificava se la proposizione principale era collegata alla subordinata precedente da e o da sì. Ecco qualche esempio: "S’io dissi falso, e tu falsasti il conio" (Dante); "Quando egli sarà tornato, sì saremo a lui" (lettera senese del 1260); "Uscito il marito d’una parte della casa, e ella uscì dall’altra" (Boccaccio).
Si dice paralinguistico (dal prefisso greco para- ‘simile / collocato a fianco di’) ogni fenomeno che accompagna i fatti linguistici veri e propri nella produzione di un enunciato, come ad esempio il volume, i gesti o le manifestazioni vocali (pianto, riso, tono della voce).
Poiché la maggior parte di questi fenomeni non si manifestano al livello dei singoli fonemi, ma al livello delle loro sequenze (parole, sintagmi, enunciati), i fenomeni paralinguistici vengono talora classificati - non del tutto correttamente - come tratti sovrasegmentali.
L’oralità e la scrittura differiscono a tutti i livelli della lingua: basti pensare che la grafia non è una semplice trasposizione dei suoni; ma la distanza tra i due canali è evidente soprattutto al livello testuale, cioè nell’organizzazione complessiva della comunicazione.
La comunicazione orale tende alla vicinanza, nel senso che si svolge di solito in un contesto in cui autore e destinatario condividono lo stesso luogo e interagiscono nello stesso momento; perciò forte è la presenza dell’implicito e dei deittici. Inoltre alle parole si accompagnano il tono della voce, le pause, i gesti, le espressioni del volto. Chi parla può anche verificare se il suo messaggio è andato a segno grazie al feedback, cioè la reazione dell’interlocutore, e può eventualmente decidere di riformulare quanto non è stato compreso. Per contro chi parla non ha molto tempo per pensare, a causa del gioco dei turni di parola, e non può cancellare quanto ha detto. Proprio per questo la comunicazione orale accetta che i discorsi siano meno accurati. Sul piano morfologico i paradigmi grammaticali risultano di solito semplificati: i tempi verbali per esempio si riducono in italiano sostanzialmente a tre: presente, imperfetto e passato prossimo. Sul piano sintattico prevalgono la frammentazione e la coordinazione (vedi ipotassi / paratassi), come pure la scansione psicologica degli enunciati (vedi dislocazioni); si ammettono false partenze o cambi di progetto, sospensioni, anacoluti. Sul piano lessicale il registro risulta più basso: il parlato ricorre molto alle ripetizioni; utilizza espressioni colloquiali e termini generici di alta frequenza (cosa, roba, fatto, tipo, ecc.); si serve di riempitivi e prenditempo (i vari cioè, praticamente, insomma, come dire, ecc.) e di molti altri segnali discorsivi (vedi interiezioni).
La comunicazione scritta nasce invece proprio dall’esigenza di superare una lontananza nello spazio e nel tempo. In assenza del destinatario, è costretta a prevederne in anticipo le reazioni e le strategie interpretative. Nella scrittura perciò sono molto importanti le fasi della progettazione e della revisione. La strutturazione logica deve risultare chiara, grazie a una gerarchia sintattica e a un’organizzazione testuale più rigorose e profonde; anche il lessico deve essere preciso e appropriato, contribuendo alla densità informativa e alla mancanza di ambiguità. Infine, proprio perché chi scrive ha il tempo di programmare e di correggere tutto il testo, non sono tollerate sgrammaticature.
Si fa parodia quando si imita un personaggio, un motivo, un testo con intenzioni ironiche, per rovesciarne il modello e suscitare divertimento. Vedi anche la scheda 3 sulla "satira".
Dal greco pará ‘vicino’ e ónoma ‘nome’, è una figura retorica consistente nell’accostamento di parole simili nei suoni, ma differenti nei significati, che risultano per questo evidenziate e più memorabili.
Ricorre spesso nei proverbi ("dalle stelle alle stalle", "chi non risica non rosica", "chi dice donna dice danno"), ma può creare anche effetti molto raffinati, come le paronomasie sul nome di Laura esemplificate dal verso petrarchesco: "l’aura che ‘l verde lauro e l’aureo crine". L’accostamento può essere anche in assenza per richiamo implicito, come nelle deformazioni comiche (esempi: "guerre intestinali" per intestine, "completo di inferiorità" per complesso, "pillola anticongestionale" per anticoncezionale).
Parola francese derivata dall’italiano pasticcio, che nel Settecento significava opera teatrale (soprattutto musicale) messa in piedi con pezzi di autori o di composizioni differenti. Si è passati poi al significato di opera letteraria, artistica o musicale in cui l’autore ha deliberatamente imitato lo stile di un altro o di altri autori.
Nel corso del Novecento la parola si è affermata per designare in campo letterario la contaminazione di sottocodici e registri, trovando il massimo esempio nell’opera di Carlo Emilio Gadda, scrittore "che ha accostato parole di diverso livello o registro o anche codice, con effetti espressionistici, parodistici, satirici" (Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, a cura di G.L. Beccaria, Torino, Einaudi, 2004: 580).
È una figura retorica che consiste nell’indicare una persona o una cosa indirettamente attraverso un giro di parole. Esempio: "il bel paese là dove il sì suona" (Dante), cioè l’Italia.
Si intende per plastismo la formula - singola voce o sintagma più o meno complesso - che, dopo essersi presentata con un marchio di novità, per esempio perché assunta da un particolare linguaggio settoriale, mette in moto un meccanismo di mimesi. Il termine prolifera e ben presto si trasforma in un cliché, ovvero si finisce per usarlo anche a scapito di altre soluzioni lessicali più adeguate.
Dal greco polùs ‘molteplice’ e morfé ‘forma’. Si parla di polimorfia nel caso di una molteplicità di forme equivalenti disponibili in una lingua; tali forme possono essere compresenti in uno stesso testo, anche a breve distanza tra loro.
Un esempio di polimorfia, fenomeno molto diffuso in italiano antico, è rappresentato dalle varie desinenze che tra Quattro e Cinquecento poteva assumere la terza persona plurale del passato remoto della prima coniugazione: -onno, -orno, -orono, arno, arono. Così per il passato remoto ‘andarono’ si potevano avere tutte queste varianti diverse: andonno, andorno, andorono, andarno e andarono.
Gruppo di parole che ha un significato unitario, non desumibile da quello delle parole che lo compongono, sia nell’uso corrente sia in linguaggi tecnico-specialistici, come in italiano vedere rosso "adirarsi" o scala mobile "crescita dei salari al crescere dell’inflazione".
Figura sintattica caratterizzata dalla presenza di congiunzioni tra termini o frasi strettamente correlate.
Branca della linguistica, sviluppatasi soprattutto negli ultimi decenni, che si occupa dell’uso del linguaggio all’interno di una data situazione comunicativa, ovvero dei rapporti tra la lingua e i contesti in cui gli atti comunicativi si realizzano.
La linguistica pragmatica pone in secondo piano il sistema della lingua considerato nella sua autonomia e in astratto per concentrarsi sul suo concreto realizzarsi, cioè sull’interazione tra individui in circostanze ben determinate. Alla pragmatica interessa, per esempio, lo studio dei dialoghi (analisi conversazionale), che include la gestione dei rapporti sociali e gerarchici; i codici non verbali che accompagnano il codice lingua (si pensi ai gesti, alle espressioni del volto, ai movimenti e alle posizioni reciproche assunte dai parlanti); le intenzioni esplicite e i fini nascosti o impliciti della comunicazione (atti linguistici indiretti). La pragmatica infatti mette in evidenza come il processo della costruzione del senso sia legato al contesto e alle relazioni tra gli interlocutori, specie quando la struttura informativa degli enunciati presenta delle lacune o il significato letterale non corrisponde alle reali intenzioni dell’emittente. Nel primo caso, il riferimento all’enciclopedia, cioè il richiamo nella mente delle esperienze e delle conoscenze memorizzate (e condivise dagli interlocutori), permette facilmente di colmare i vuoti, grazie a un processo di deduzione o supposizione che si definisce inferenza. Dal seguente brano di conversazione: "A: Sei qui spesso? B: Abbastanza spesso + circa una volta al mese + in effetti ++ vengo a trovare i miei figli", se chi risponde è un donna tra i trenta e i quarant’anni, possiamo inferire che i suoi bambini siano affidati a qualche istituzione educativa, dal momento che nella nostra società, in caso di separazione dei genitori, in genere i figli più piccoli vivono con la madre. Nel secondo caso, cioè quando non vi è corrispondenza tra la lettera di un enunciato e il suo reale significato, l’inferenza che porta il destinatario a comprendere l’implicito si definisce implicatura conversazionale. Spesso, come nell’ironia, è molto importante il tono con cui l’enunciato viene pronunciato.
Fenomeno per cui un monosillabo o un bisillabo atono si appoggiano sulla parola seguente, con la quale costituiscono un’unica unità accentuativa, per esempio: per te, ti dico, me lo darai. Si definisce proclitica una parola che si appoggia per quanto riguarda l’accento a quella successiva. Proclisi si oppone a enclisi.
Con questo termine si indicano fenomeni fonologici sovrasegmentali, cioè che non riguardano singoli fonemi, bensì loro sequenze (gruppi di sillabe, parole, frasi), così come vengono pronunciate dai parlanti. La prosodia dunque ha a che fare con l’accento, l’intonazione, la durata, l’intensità, il ritmo degli enunciati.
Attraverso l’analisi del punto di vista si osserva in quale posizione si colloca l’autore rispetto alla vicenda narrata, a chi la fa raccontare, che cosa si permette di sapere in più (o in meno) rispetto ai personaggi. Il punto di vista onnisciente è "il caso più classico, tipico della narrativa dell’Ottocento; l’autore si colloca in una posizione superiore rispetto alla vicenda, della quale sa tutto: può descrivere avvenimenti che si svolgono simultaneamente in luoghi diversi, conosce pensieri e sentimenti di diversi personaggi. Può anche permettersi di giudicare le cose che racconta". La narrazione in prima persona "è il tipo più nettamente opposto all’onniscienza; l’autore si colloca all’interno di un protagonista, parla con la sua voce, vede coi suoi occhi; non può quindi permettersi di conoscere niente che non conosca il personaggio che dice io; giudizi e commenti sono espressi, ma sono esclusivamente quelli dell’io narrante. Un caso un po’ diverso è quello in cui l’autore introduce un io narrante che non è il protagonista, una specie di testimone che racconta ciò che ha visto e sa. Ancora, l’autore, pur raccontando con la propria voce (senza usare quindi la prima persona verbale), può assumere un punto di vista interno a un personaggio, portando il lettore a identificarsi con esso; al contrario, l’autore può assumere un punto di vista esterno a tutti i personaggi, ma autolimitato: può cioè comportarsi come un osservatore che vede svolgersi dei fatti, delle azioni, ma non conosce i moventi interiori, i pensieri e sentimenti di coloro che li compiono, anche se può intuirli" (Guido Armellini e Adriano Colombo, Dalla parte del lettore, Bologna, Zanichelli, 1989: 561-562).
Con questa espressione si fa riferimento al dibattito culturale sviluppatosi nel primo Cinquecento per definire la norma dell’italiano e le caratteristiche ideali della lingua letteraria. Più in generale, si parla di "questione della lingua" in relazione alle discussioni che hanno accompagnato ogni fase di crescita e di espansione dell’italiano lungo l’intero arco della sua storia, raggiungendo il culmine nel XVI e nel XIX secolo. A partire dall’Ottocento e fino ad anni a noi vicini, la "questione della lingua" è stata oggetto tra gli intellettuali di analisi e prese di posizione polemiche dai risvolti non soltanto culturali, ma anche sociali e politici.
In linguistica il referente è il contesto a cui rinvia un messaggio o più specificamente l’oggetto extralinguistico a cui un segno linguistico fa riferimento; il referente della parola cane, per esempio, è il mammifero domestico che abbaia.
Termine che la linguistica ha attinto come metafora dalla terminologia musicale. "In linguistica si chiamano registri quelle varietà di codice che offrono la possibilità di scegliere tra vari livelli del codice stesso. Si può parlare infatti dei seguenti livelli propri dell’uso linguistico, in successione nelle diverse situazioni, dall’alto verso il basso: registro aulico, colto, formale (o ufficiale), medio, colloquiale, informale, familiare, popolare" (Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, a cura di G.L. Beccaria, Torino, Einaudi, 2004: 639).
Figura di pensiero che consiste nella soppressione di una parte del messaggio: chi parla interrompe più o meno bruscamente l’enunciato, lasciando all’ascoltatore il compito di completarne il senso; la parte taciuta acquista così rilievo proprio in quanto non viene detta. Si leggano i seguenti versi di Giovanni Pascoli: La parte, sì piccola, i nidi / nel giorno non l’ebbero intera. / Né io… Qui la reticenza del poeta attenua per pudore la manifestazione del dolore (‘nemmeno io ho avuto la mia parte nella vita’). In altri casi l’aposiopesi serve a esprimere insinuazioni, allusioni o minacce.
Si può sinteticamente definire l’arte del dire e della persuasione.
È una disciplina le cui origini risalgono all’antica Grecia, ma che ebbe molto successo anche a Roma. In entrambe queste civiltà, infatti, avevano grande importanza gli oratori, cioè gli uomini in grado di parlare nelle riunioni e nelle assemblee pubbliche. Nelle varie epoche in cui è stata coltivata, la retorica ha sviluppato sostanzialmente due orientamenti, di volta in volta prevalenti l’uno sull’altro. Da una parte, quello rivolto a studiare le tecniche dell’argomentazione, cioè le strategie grazie alle quali i discorsi riescono a influenzare le idee e i comportamenti dei destinatari, persuadendoli ad accogliere determinate tesi. Dall’altra, l’indirizzo che concentra l’attenzione sugli aspetti formali del discorso, con particolare riferimento alla lingua letteraria e alle tecniche del bello scrivere. Tale orientamento si è spesso ridotto storicamente allo studio delle figure retoriche e alla prescrizione di regole rigide per i vari generi letterari. Oggi la retorica torna di attualità come strumento per comprendere a fondo i meccanismi del linguaggio in una prospettiva comunicativa; in questo senso la retorica ha anticipato parecchi sviluppi recenti della pragmatica e della linguistica testuale. La letteratura non è il suo solo campo di azione, ma la retorica può e deve trasformarsi in una moderna educazione alla parola "detta" e "scritta", che ci aiuti ad affrontare le sempre più complesse sfide comunicative imposte dai mass media e dalle nuove tecnologie.
È la perfetta identità di suoni tra due o più versi a partire dall’ultimo accento tonico; così, se si trovano a fine verso, le parole cuORE: amORE si dice che rimano tra loro. La rima serve a collegare singoli versi vicini o distanziati all’interno del testo.
Se non tutti i suoni sono uguali si parla di rima imperfetta: il caso più rilevante è quello dell’assonanza, che comporta l’identità delle sole vocali, come per esempio spEssO: lEttO. Si dicono facili le rime per cui sono disponibili molte parole, come quelle che presentano uguale desinenza o suffisso: per esempio mentIRE: dIRE e tutti gli avverbi in -mente. È segno invece di un’attenta ricerca stilistica la rima difficile o rara, per cui è complicato trovare parole; si consideri ad esempio l’unica serie in -oppio della Commedia dantesca: scoppio: doppio: accoppio. Oltre che a fine verso, esistono anche rime interne, come la rima al mezzo, cioè a metà verso, dove cade la cesura; esempio: "Donna me prega, - per ch’eo voglio dire / d’un accidente - che sovente è fERO / ed è sì altERO - ch’è chiamato amore" (Cavalcanti). La posizione in rima fa assumere alle parole che vi si trovano e che vengono collegate tra di loro un particolare rilievo semantico e stilistico. La disposizione delle rime è fondamentale poi nella costruzione della struttura delle strofe. Questi i principali tipi di rima:
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Rima baciata (AA BB): i versi rimano a coppie |
Dagli antri muscosi, dai Fori cadENTI, Dai boschi, dall’arse fucine stridENTI, […] Un volgo disperso repente si dESTA Intende l’orecchio, solleva la tESTA (Manzoni, Adelchi) |
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Rima alternata (ABAB): il primo verso rima con il terzo, il secondo con il quarto |
Vede perfettamente ogne salUTE chi la mia donna tra le donne vEDE; quelle che vanno con lei son tenUTE di bella grazia a Dio render merzEDE (Dante, Vita nuova) |
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Rima incrociata (ABBA): il primo verso rima con il quarto, il secondo con il terzo |
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suONO di quei sospiri ond’io nudriva ‘l cORE in sul mio primo giovenile errORE quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sONO (Petrarca, Canzoniere) |
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Rima incatenata (ABA BCB): è la rima della terzina dantesca, con cui è scritta la Commedia; il secondo verso di ogni strofa rima con il primo e il terzo della successiva |
La gloria di colui che tutto mOVE per l’universo penetra, e risplENDE in una parte più e meno altrOVE. Nel ciel che più de la sua luce prENDE fu’ io, e vidi cose che ridIRE né sa né può chi di là sù discENDE (Dante, Paradiso) |
I segnali discorsivi svolgono funzioni essenziali dal punto di vista discorsivo e interazionale. Basti pensare a: sai, ecco, praticamente, cioè, beh, insomma, voglio dire, eh, niente, esatto, che costellano il discorso quotidiano.
Caratteristica dei segnali discorsivi è, tra l’altro, la parziale perdita di valore semantico, la polifunzionalità e la posizione relativamente libera all’interno dell’enunciato. Una delle funzioni più diffuse e più significative dei segnali discorsivi è quella, di tipo interazionale, volta a sottolineare l’aspetto fàtico, cioè di "coesione sociale" della comunicazione intesa come strumento per creare, consolidare o evidenziare l’appartenenza di un individuo a un gruppo. "Pensiamo soprattutto a segnali discorsivi come ‘sai / sapete / come sai’, che classificheremo come fatismi, che rimandano a una conoscenza condivisa […] e che sottolineano il legame tra gli interlocutori" (Carla Bazzanella, Le facce del parlare. Un approccio pragmatico all’italiano parlato, Firenze, La Nuova Italia, 1994: 148).
Dal greco semánein ‘significare’, è la disciplina che studia il significato delle parole e dei testi. L’aggettivo semantico indica ciò che è ‘relativo al significato’.
Dal greco semeîon ‘segno’, disciplina che studia le caratteristiche generali della comunicazione e il funzionamento dei singoli codici, tra cui quello linguistico, anche nella loro interazione reciproca.
Nella linguistica che si ispira allo strutturalismo di Ferdinad de Saussure, significante e significato rappresentano le due facce inscindibili della stessa medaglia: il segno linguistico. Il significato è il contenuto semantico del segno, il significante è la faccia espressiva, la componente fonetica del segno. Così l’insieme di fonemi /k a n e/ è il significante cui corrisponde, nel codice lingua italiana, il significato ‘cane’, a sua volta collegato al referente ‘mammifero domestico che abbaia’.
La similitudine è un paragone, cioè un confronto tra due o più entità, introdotto da come, simile a, sembra, ecc. Esempio: "Il regno dei cieli è simile a…", struttura tipica delle parabole evangeliche.
Si tratta di una figura retorica di significato, frutto del ragionamento analogico. La costruzione si può basare su un solo operatore: "L’Isonzo / scorrendo / mi levigava / come un suo sasso" (Ungaretti), oppure su due operatori: "Qual è colui che sognando vede […] / cotal son io" (Dante). Nel primo esempio la persona paragonata, chi dice "io", precede la cosa a cui è paragonabile, un sasso. Nel secondo esempio la persona paragonata, l’io-Dante, segue la persona a cui è paragonabile, un uomo che sogna.
Vedi verso.
È una figura di significato simile alla metonimia. Nella sineddoche però il legame semantico tra il termine sostituito e quello che lo sostituisce consiste in una relazione di quantità e di estensione, come quando si nominano:
- la parte per il tutto (tetto per ‘casa’) e viceversa;
- il singolare per il plurale (l’uomo per ‘gli uomini’) e viceversa;
- la specie per il genere (pane per ‘cibo’) e viceversa;
- la materia di cui è fatto un oggetto per l’oggetto stesso (ferro per ‘spada’).
Nella linguistica moderna il paradigma è l’insieme di unità tra loro potenzialmente sostituibili, come ad esempio i sinonimi o le forme verbali equivalenti. I rapporti paradigmatici sono "in assenza", mentre i rapporti "in presenza" tra le unità che formano un enunciato sono definiti sintagmatici. L’asse sintagmatico è orizzontale e lungo di esso si allineano le parole del testo, dopo essere state selezionate sull’asse verticale del paradigma. Il noto linguista Roman Jakobson ha analizzato le relazioni tra i due assi nella scrittura poetica.
Settore della linguistica che ha per oggetto di studio la relazione fra la struttura sociale e i fenomeni della lingua. Sociolinguistico è l’aggettivo che si attribuisce a tutto quanto riguarda tale relazione.
È il metro più diffuso della tradizione poetica italiana. È formato da quattordici endecasillabi (vedi verso), raggruppati in due quartine e due terzine (vedi strofa).
Fu inventato probabilmente da Giacomo da Lentini, poeta della Scuola siciliana. Dal Duecento a oggi ha conosciuto una fortuna ininterrotta e la sua struttura è stata imitata anche in altre letterature europee. Nelle terzine sono possibili svariate combinazioni. Nelle quartine lo schema più frequente è ABBA, nettamente prevalente in Petrarca; il più antico è ABAB. Questo schema è presente nelle quartine del sonetto di Ugo Foscolo (1778-1827) intitolato Alla sera, che riportiamo come esempio.
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I quartina |
Forse perché della fatal quïete tu sei l’immago a me sì cara vieni o Sera! E quando ti corteggian liete le nubi estive e i zeffiri sereni, |
A B A B |
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II quartina |
e quando dal nevoso aere inquïete tenebre e lunghe all’universo meni sempre scendi invocata, e le secrete vie del mio cor soavemente tieni. |
A B A B |
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I terzina |
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme che vanno al nulla eterno; e intanto fugge questo reo tempo, e van con lui le torme |
C D C |
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II terzina |
delle cure onde meco egli si strugge; e mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge |
D C D |
Lo standard è il modello di lingua, sia parlata sia scritta, che viene proposto nelle grammatiche e nei vocabolari e che viene riconosciuto da tutti, in particolare dalle persone istruite, come corretto.
Il problema per l’italiano è rappresentato dal fatto che la stragrande maggioranza degli italiani, anche quelli che padroneggiano perfettamente lo standard scritto, quando parlano lasciano percepire in varia misura la loro provenienza regionale se non altro a causa della pronuncia; si pensi, ad esempio, alle e e alle o toniche, di cui solo i toscani sanno correttamente distinguere il timbro aperto o chiuso, che la scrittura non registra. Dunque parla lo standard solo chi abbia seguito dei corsi di dizione, come fanno gli attori di teatro, ai quali viene insegnato il cosiddetto fiorentino emendato, cioè la pronuncia colta di Firenze ripulita da alcuni tratti locali (per un corso di dizione on-line vedi www.attori.com/dizione/index.html).
Diffusione nazionale, o come si dice panitaliana (dal greco pan ‘tutto’), ha anche una nuova varietà di italiano che è stata definita "italiano dell’uso medio" (Sabatini 1985) o neostandard. Questa varietà è caratterizzata da fatti morfo-sintattici e lessicali già documentati in testi del passato, ma censurati o ignorati dalle grammatiche e perciò considerati non corretti, anche se frequenti nell’uso comune. Basti citare il pronome personale gli ‘a lui’ utilizzato sia per la terza persona plurale, al posto di loro / a loro, sia al posto del femminile singolare le ‘a lei’. Tali fenomeni si sono progressivamente diffusi, tanto da apparire ormai del tutto normali non solo nel parlato, ma anche nei testi scritti meno formali. In pratica i tratti del neostandard costituiscono delle linee di tendenza e rappresentano possibili evoluzioni della nostra lingua in un prossimo futuro.
Si parla di frase nominale quando ci si riferisce a enunciati privi del verbo: ne abbiamo un esempio costante nei titoli dei giornali (Allarme in Adriatico per la nave dei veleni, Ultime spese di Natale: tutti all’assalto del cotechino). Quando le frasi nominali sono ricorrenti all’interno di un testo parliamo di stile nominale: esso "consente di accelerare il ritmo delle narrazioni, concentrando l’attenzione sui risultati delle azioni, piuttosto che sul loro svolgimento […]. Accade che anche gli scrittori abbiano la necessità di descrivere per primi piani, ricorrendo a immagini significative, un paesaggio, una stanza, uno stato d’animo e così via. In questi casi lo stile nominale diventa un efficace mezzo espressivo" (Maria Corti e Claudia Caffi, Per filo e per segno, Milano, Bompiani, 1989: 546).
Lo stile nominale, oltre che nei testi letterari e nei titoli dei giornali, è presente nel parlato come effetto di riduzione sintattica, con il verbo a volte sottinteso in quanto facilmente recuperabile dal contesto. È peraltro improprio parlare di ellissi del verbo per la generalità dei fenomeni che riguardano lo stile nominale, "perché solo in alcuni casi è possibile integrare l’enunciato con la copula o trasferire la funzione predicativa ad un sintagma verbale finito" (Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, a cura di G.L. Beccaria, Torino, Einaudi, 2004: 733).
Infine, definiamo nominalizzazione il procedimento che permette la trasformazione di un sintagma verbale in un sintagma nominale: Anna è arrivata e sono molto contento / Sono molto contento per l’arrivo di Anna.
La strofa, detta anche stanza, è l’unità superiore al verso in cui una poesia si articola. Consiste in un gruppo di versi che formano un "periodo ritmico unitario" ripetibile più volte.
Nella poesia tradizionale le strofe sono composte da un numero fisso di versi e hanno una struttura fissa all’interno del singolo componimento. Ciò è dovuto al legame originario della poesia con la musica, che ha naturalmente bisogno di schemi ripetitivi cui adattare le proprie "frasi", come accade ancora oggi per le canzoni della musica leggera. Un elemento essenziale della strofa è la rima, che serve a collegare i singoli versi tra loro. Queste le strofe più usate nella letteratura italiana:
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Strofa |
Descrizione: è formata da |
Esempio |
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distico |
una coppia di versi, di varia lunghezza, a rima baciata |
O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna (Pascoli) |
A A |
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terzina |
tre endecasillabi a rime incatenate |
Al tempo che rinnova i miei sospiri per la dolce memoria di quel giorno che fu principio a sì lunghi martiri, già il sole al toro l’uno e l’altro corno scaldava, e la fanciulla di Titone correa gelata al suo usato soggiorno (Petrarca, Trionfi) |
A B A B C B |
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quartina |
quattro versi endecasillabi o di altra lunghezza, più spesso a rime baciate o alternate o incrociate |
Oh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini (Pascoli) |
A B A B |
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sestina |
sei versi, solitamente endecasillabi, con lo schema ABABCC (sestina narrativa); più complessi gli schemi della sestina lirica |
Oh, povero stivale! ora confesso che m’ha gabbato questa matta idea: quand’era tempo d’andar da me stesso, colle gambe degli altri andar volea; ed oltre a ciò, la smania inopportuna di mutar piede per mutar fortuna (Giuseppe Giusti) |
A B A B C C |
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ottava |
otto versi endecasillabi: i primi sei a rima alterna e gli ultimi due a rima baciata; è la strofa tipica della poesia epico-cavalleresca |
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l’ire e i giovenil furori d’Agramante lor re, che si diè vanto di vendicar la morte di Troiano sopra re Carlo imperator romano (Ariosto) |
A B A B A B C C |
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strofa libera |
non ha né numero di versi né ordine delle rime fissi: è tipica della poesia del Novecento; già dal Cinquecento però esiste una tradizione di forme senza schema con rime liberamente disposte, a cui attinge per esempio la canzone libera introdotta da Leopardi |
So quanto pensa di che freme quell’esile corpo; e gli metto parole alle labbra, … non le udiamo per ora; … gli risparmio il dolore e la gioja di udire il suo pensiero spasimato; non parlerò per lui (Gian Pietro Lucini) |
[quinario] [decasillabo] [decasillabo] [settenario] [decasillabo] [endecasillabo] [senario] |
In un enunciato il tema è ciò di cui si parla, il rema è ciò che si dice a proposito del tema.
In inglese a tema / rema corrispondono i termini topic / comment, traducibili con ‘argomento’ e ‘commento’; il topic infatti è l’argomento del discorso, ciò che è noto o presupposto nel contesto generale, mentre il comment è la parte dell’enunciato che comunica informazione nuova al ricevente. Nell’ordine non marcato, cioè normale, della frase il tema coincide con il soggetto e il rema con il predicato: "Mario (= soggetto grammaticale e tema) canta (= predicato e rema)". Ma in risposta alla domanda "chi canta?", cioè se il noto è l’azione del cantare e l’informazione nuova che si richiede è "chi compie quell’azione?", si dirà "canta Mario", cioè il soggetto verrà posposto al verbo, perché ha valore di rema. Le lingue naturali si servono di diversi mezzi per segnalare il tema dell’enunciato. L’italiano ne utilizza due: uno fonologico e l’altro sintattico. Il tema infatti può essere evidenziato tramite l’intonazione e le pause, oppure tramite un ordine particolare delle parole, che si definisce marcato, come ad esempio quello delle dislocazioni.
Vedi strofa.
Dal greco témno ‘divido’. È una figura retorica che riguarda la disposizione delle parole. Si verifica quando gli elementi di una parola composta o due parole in stretto legame sintattico vengono separati attraverso l’inserimento tra loro di altri membri della frase. In questo secondo senso si parla più spesso di iperbato. Ecco come il nome femminile Fiordiligi viene separato da una tmesi in un verso di Ariosto (vedi la scheda 6): "Né men ti raccomando la mia Fiordi…/ Ma dir non poté ligi, e qui finio".
Figura retorica che implica un trasferimento di significato.
Caratteristica del racconto è quella di strutturarsi come una sequenza doppiamente temporale, in quanto in esso è presente il tempo della cosa raccontata (o tempo della storia) e il tempo del racconto (o tempo del discorso). Nella finzione narrativa i fatti raccontati durano un certo tempo; d’altra parte per raccontarli l’autore impiega uno spazio, misurabile in righe o pagine che richiedono un certo tempo per essere lette: dal rapporto fra i due tempi nasce la velocità (o durata) della narrazione.
Avremo una descrizione nel caso in cui l’autore si sofferma a descrivere un paesaggio, un personaggio, una situazione: possiamo allora dire che la velocità narrativa è uguale a zero, il tempo si è fermato, per alcune righe o pagine non accade niente. Avremo poi una scena che, a teatro o al cinema, dura nella finzione esattamente il tempo che ci vuole a vederla; la narrativa presenta qualcosa di simile nelle scene dialogate (il tempo che occorre a leggerle è paragonabile alla loro durata nella finzione); oppure nella rappresentazione di azioni di breve durata, la cui esecuzione possa essere raccontata in tempo reale. Di sommario si parla quando il narratore riassume in poche righe gli avvenimenti di giorni, mesi o anni: il tempo della storia è massimo, mentre minimo è quello del racconto. Il tempo del racconto si riduce a zero nel caso dell’ellissi narrativa, quando uno scrittore "salta" interi periodi della storia, per concentrare l’attenzione su alcune fasi e non annoiare il lettore con fatti che considera secondari. In questo caso, all’opposto della descrizione, potremmo dire che la velocità della storia è infinita: in un attimo siamo portati a un momento della vicenda più o meno lontano dal precedente.
"Le definizioni che abbiamo dato a proposito della velocità narrativa sono approssimative; nel concreto accadrà a volte di non saper come definire la velocità di un certo passo, sia perché sono possibili infinite sfumature intermedie, sia perché spesso lo scrittore fa variare la velocità narrativa: una scena può rallentare impercettibilmente fino a diventare descrizione, o viceversa; un sommario può essere intercalato da brevi accenni di scene. L’importante non è tanto classificare, quanto percepire il gioco di questa variabile, che dà a una narrazione il suo ritmo" (Guido Armellini e Adriano Colombo, Dalla parte del lettore, Bologna, Zanichelli, 1989: 565).
È l’unità basilare della poesia, dopo la quale si va a capo: la parola deriva infatti dal latino VERTERE ‘girare’. I vari tipi di verso si distinguono per il numero delle sillabe da cui sono formati e per l’andamento ritmico, a sua volta imposto dagli accenti. Il verso di gran lunga più importante della tradizione poetica italiana è l’endecasillabo, spesso usato in unione con il settenario.
Nella poesia italiana si possono avere molte possibilità. Queste le principali:
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Verso |
Num. di sillabe |
Ultimo accento tonico |
Esempio |
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trisillabo |
3 |
in 2a posizione |
Si táce |
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quadrisillabo |
4 |
in 3a |
in gran duólo |
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quinario |
5 |
in 4a |
ninfa gentíle |
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senario |
6 |
in 5a |
dolce mio desío |
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settenario |
7 |
in 6a |
Chiare, fresche et dolci ácque |
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ottonario |
8 |
in 7a |
Sul castello di Veróna |
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novenario |
9 |
in 8a |
ghirlandetta di fior gentíle |
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decasillabo |
10 |
in 9a |
S’ode a destra uno squillo di trómba |
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endecasillabo |
11 |
in 10a |
Nel mezzo del cammin di nostra víta |
I versi riportati che esemplificano il settenario e il decasillabo hanno un numero di sillabe apparentemente superiore a quello previsto; in realtà, quando s’incontrano nel verso la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola seguente, è normale la sinalèfe, cioè le due vocali valgono per una sola sillaba.
Nei versi lunghi, la voce tende naturalmente a una breve pausa; per esempio, nell’endecasillabo di Giacomo Leopardi (1798-1837) "Vaghe stelle dell’Orsa + io non credea", è necessaria un’interruzione dopo la settima sillaba: tale pausa si definisce cesura e divide il verso in due parti dette emistichi. La cesura spesso coincide con una pausa sintattica segnalata dalla punteggiatura oppure ha un valore semantico, cioè serve a mettere in risalto una parola o un gruppo di parole. Tornando al verso, quando la sua fine non coincide con la fine della frase (o di un suo sintagma) e l’enunciato continua nel verso seguente, si ha un enjambement, come in questo altro esempio leopardiano: "E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando" (L’infinito, vv. 8-11).
Si definiscono volgari le diverse lingue, derivate dal latino volgare, parlate e scritte a livello locale in Italia prima della formazione e della codificazione di un modello linguistico unitario, esteso a tutta la penisola; infatti si parla di dialetti solo in relazione o in contrapposizione a una lingua nazionale unitaria, il che è possibile per la realtà linguistica italiana solo a partire dalla seconda metà del XVI secolo.