Scheda 5 - La lirica

Rispetto ad altri generi poetici, come l’epica, in cui prevale la componente narrativa e celebrativa, la lirica si caratterizza per l’intimità dell’ispirazione, cioè per l’espressione dei sentimenti soggettivi dell’autore. I temi sono i più vari: dall’amore alla morte, dalla gioia alla malinconia, dalla nostalgia al paesaggio, filtrato attraverso la sensibilità del poeta.

Il termine "lirica" deriva da uno strumento musicale a corda, la lira, con cui nell’antichità si accompagnava la recitazione del testo. Nel Medioevo nasce la lirica moderna, a partire dall’opera dei poeti provenzali, i trovatori, che codificarono una tecnica di versificazione nuova, basata non più sulla quantità vocalica, come la metrica latina e greca, bensì sugli accenti tonici (vedi verso) e sulla rima; tecnica ancora oggi usata da tutta la poesia occidentale. Il nome stesso di alcuni componimenti inventati dai trovatori (si pensi alla canzone) testimonia che all’inizio anche la lirica medievale ebbe una destinazione musicale, la quale però in Italia fu presto generalmente abbandonata. I provenzali influenzarono uno dei filoni più importanti della poesia italiana delle origini: quello della lirica cortese, coltivata non solo (ma con gli esiti più significativi) dai poeti della Scuola siciliana e sviluppatasi nella prima metà del Duecento presso la corte di Federico II di Svevia.

È questo il punto di avvio di una tradizione che, dopo il trasferimento in Toscana, raggiungerà straordinari e originali sviluppi con Dante e lo Stilnovismo, a cavallo fra XIII e XIV secolo. Nella seconda metà del Trecento il Canzoniere di Petrarca fisserà una serie di motivi e di stilemi esemplari, nel senso che saranno oggetto di un’imitazione costante, più o meno diretta, da parte dei poeti delle generazioni successive, sia in Italia che all’estero. Al di là del vero e proprio movimento poetico sviluppatosi tra Quattro e Cinquecento, il petrarchismo diventerà, spesso in contrapposizione al dantismo, una sorta di categoria letteraria, con cui faranno ancora i conti non solo i grandi lirici dell’Ottocento, come Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi, ma anche i più importanti poeti contemporanei, da Ungaretti a Zanzotto (vedi monolinguismo / plurilinguismo).

Sui caratteri formali del genere lirico e sugli aspetti stilistici del linguaggio della poesia rispetto a quello della prosa, vedi 3.4 e 3.5. Occorre però soffermarsi ancora sulla componente grammaticale, per sottolineare come, a partire dal Cinquecento e dalla distinzione, operata nelle Prose della volgar lingua di Bembo, tra forme poetiche e forme prosastiche, si crei un distacco e una specializzazione della lingua della poesia rispetto alla lingua comune scritta. Tale separazione non riguarda solo il lessico ma anche la fonetica e la morfologia, con una sensibile tendenza all’arcaismo: per esempio il monottongo core, la forma sincopata spirto, il pronome personale ei, l’imperfetto in -ea (tipo avea, aveano), il condizionale in -ia (tipo saria, sariano), gli indeclinabili lunge, pria, anco, i latinismi auro, vulgo, imago ecc. (Serianni 2001). L’influenza della lingua poetica tradizionale si protrarrà fino al secondo Ottocento, ma solo nel Novecento si dissolverà anche il concetto di specifico poetico e, tranne la segmentazione del testo, nessun indicatore esterno consentirà più di distinguere la poesia dalla prosa, almeno nella letteratura colta.