Scheda 6 - Ludovico Ariosto

Nacque a Reggio Emilia nel 1474, figlio di un esponente di quella piccola nobiltà impiegata nella gestione dei tanti principati italiani. Abbandonati gli studi giuridici per quelli letterari, alla morte del padre nel 1500 fu costretto, per mantenere i nove fratelli, a entrare anche lui stabilmente alle dipendenze della corte estense a Ferrara. Dal 1503 al 1517 fu segretario del cardinale Ippolito d’Este, per cui compì varie difficili ambascerie, tra cui quella a Roma presso il papa Giulio II, che aveva scomunicato il cardinale. Tornò a Roma nel 1513, in occasione dell’elezione del nuovo papa Leone X, ma la speranza di essere nominato vescovo dall’antico amico andò delusa; restò comunque titolare di benefici ecclesiastici concessigli dal cardinale d’Este. La sua è una condizione assai diffusa tra gli intellettuali del tempo; molti di loro, infatti, di fronte al declino dei valori umanistici e alla crisi politico-militare degli stati italiani, cercarono rifugio nelle strutture della Chiesa, pur esprimendo una cultura sostanzialmente laica.

Nel 1517 si rifiutò di seguire il cardinale in Ungheria e l’anno dopo passò al servizio del fratello, il duca Alfonso, con il quale non sempre i rapporti furono facili e che, tra il 1522 e il 1525, lo inviò a governare la Garfagnana, una regione turbolenta e piena di banditi. La rottura con il cardinale e le altre esperienze dolorose compiute in questo periodo si riflettono nella produzione letteraria: per esempio nelle sette Satire, componimenti in terzine, scritti appunto tra il 1517 e il 1525, in cui Ariosto compie una riflessione critica, spesso amara e polemica, sulla società e sui meccanismi del potere nella sua epoca, in particolare sulla vita di corte (vedi la scheda 3). Come le Satire, anche le cinque Commedie, composte nell’arco di un ventennio, tra il 1508 e il 1528, inaugurano o rinnovano un genere prima assente o scarsamente presente nell’ambito della letteratura in volgare; la commedia, in particolare, avrà grande sviluppo nel corso del Cinquecento, aprendo la strada al teatro europeo moderno (vedi la scheda 11).

Con il rientro a Ferrara, nel 1526, inizia un periodo più sereno per Ariosto, che coincide con un miglioramento nella situazione politica del ducato. Svolge incarichi assai onorevoli e a lui più graditi: accompagna in diverse occasioni Alfonso d’Este in ambascerie presso l’imperatore Carlo V e dal 1528 si occupa prevalentemente di organizzare gli spettacoli di corte. In questo periodo corregge e amplia l’Orlando furioso, il poema cavalleresco (vedi la scheda 7) a cui lavorava dal 1503 e che uscirà in edizione definitiva nel 1532, un anno prima della sua morte (sulla storia editoriale dell’opera vedi 4.5).

Fa da sfondo al poema la guerra combattuta da Carlo Magno contro i Mori nell’VIII secolo d.C. La vicenda riprende quella dell’Orlando innamorato lasciata interrotta da Matteo Maria Boiardo. L’eroico paladino, mentre infuria lo scontro tra cristiani e saraceni intorno a Parigi, parte all’inseguimento della bellissima Angelica, la principessa del Catai, di cui è innamorato insieme a molti altri rivali. Quando apprende che ella ha sposato Medoro, un semplice fante, impazzisce. Nella sua follia compie stragi e distruzioni, vagando per diversi paesi, finché un altro paladino, Astolfo, accompagnato da san Giovanni Evangelista, non sale con il cavallo alato, l’Ippogrifo, fin sulla Luna, dove recupera la ragione smarrita da Orlando. Intrecciate a questa sono le storie di numerosissimi altri personaggi. Tra gli altri spiccano i due guerrieri, appartenenti a campi avversi, Ruggero e Bradamante: dalle loro nozze discenderà la stirpe degli Estensi, i signori di Ferrara, cui l’opera è dedicata. Grande spazio hanno pure le imprese del pagano Rodomonte, che finirà ucciso da Ruggero, ormai convertito alla fede cristiana, in un grandioso duello con cui il poema si conclude. Molti sono pure i personaggi femminili: oltre ad Angelica e Bradamante vanno ricordate almeno Olimpia, tradita da Bireno, la guerriera Marfisa, la fedele Isabella; né mancano le arti magiche operate da Atlante e da Alcina, padroni rispettivamente di un castello e di un’isola fatati. Questi e altri temi narrativi si intrecciano in una continua alternanza di sospensioni e di riprese, che richiama il gioco capriccioso della vita e della fortuna. Un racconto ben più lungo e affascinante del nostro si legge nel libro che al Furioso ha dedicato uno dei più grandi autori italiani del Novecento, Italo Calvino, la cui scrittura è stata giudicata per molti aspetti affine a quella ariostesca: Orlando furioso di Ludovico Ariosto, raccontato da Italo Calvino, Torino, Einaudi, 1970.