Scheda 7 - Il poema epico cavalleresco

Il precedente più lontano di questo genere letterario è rappresentato dall’epica classica (èpos in greco significa ‘narrazione’), per cui qui basta ricordare i poemi attribuiti a Omero e l’Eneide di Virgilio. Nel Medioevo nasce l’epopea cavalleresca, che si ispirava ai nuovi principi del cristianesimo, primo fra tutti la difesa della fede, mescolati con i valori guerreschi della società feudale. L’esempio più noto è La Chanson de Roland, che celebra le gesta di Orlando, il famoso paladino di Carlo Magno, e la morte dell’eroe a Roncisvalle. Al ciclo cosiddetto carolingio si affiancano il ciclo bretone, con carattere più chiaramente avventuroso ed erotico, che cantava le gesta di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, e il ciclo classico, che riesumava con spirito medievale le imprese degli eroi di Troia e di Tebe, come pure di Alessandro Magno. Senza contare poi le saghe che celebravano le stirpi germaniche, anglosassoni, slave o le guerre della Spagna contro i Mori. Si tratta di un complesso di opere molto importanti anche sul piano linguistico, perché rappresentano le prime espressioni letterarie dei volgari neolatini e di altre lingue moderne.

Quando in Italia, sul finire del Quattrocento, il volgare, nobilitato nel secolo precedente dalle "Tre Corone" (vedi 1.3) e poi trascurato dagli umanisti, cominciò a essere utilizzato di nuovo come lingua letteraria (vedi 3.6), la materia cavalleresca medievale, che aveva avuto un’ampia diffusione popolare attraverso i cantari, si ripropose come oggetto di poesia d’arte, particolarmente nei circoli culturali presso la corte dei Medici a Firenze e presso la corte degli Estensi a Ferrara. La strada fu aperta da Luigi Pulci, a Firenze, che compose Il Morgante (1461-1483), seguito da Matteo Maria Boiardo, a Ferrara, con l’Orlando Innamorato (1476-1494). Entrambi questi poemi si incentravano sulla figura di Orlando, ma l’antica materia epico-religiosa risultava profondamente rielaborata. In breve l’elemento eroico del ciclo carolingio veniva contaminato con quello magico-avventuroso e con quello amoroso del ciclo bretone, per di più - soprattutto nel Morgante - in una chiave di parodia e di sorridente ironia, che proiettava il mondo della cavalleria in un’atmosfera di evasione fiabesca ispirata al gusto delle corti rinascimentali. La forma metrica adottata fu l’ottava, che era stata usata per la prima volta da Boccaccio (vedi la scheda 1) nel Teseida.

Il genere raggiunse esiti di grandissimo valore poetico con Orlando furioso, uno dei capolavori della letteratura italiana, composto a Ferrara tra il 1503 e il 1532 da Ludovico Ariosto (vedi la scheda 6). Nel secondo Cinquecento la tradizione estense del poema cavalleresco ebbe un altro geniale interprete in Torquato Tasso, l’autore della Gerusalemme liberata, il poema che narra la conquista del santo Sepolcro alla fine della prima Crociata (1096-1099). Dietro lo scontro tra cavalieri cristiani e saraceni, che vede anche l’intervento di forze soprannaturali, si celano i conflitti interni di una personalità complessa e inquieta quale quella di Tasso, su cui influì il pesante clima della Controriforma cattolica. Sul piano linguistico, le scelte diverse operate da Ariosto e da Tasso nei loro rispettivi poemi li porranno al centro di un acceso dibattito sul canone degli autori da includere nel Vocabolario dell’Accademia della Crusca.